Il 21 giugno sono stata invitata a presentare la mia newsletter in un club del libro di un’associazione locale. Quando ho ricevuto l’invito, qualche mese fa, stavo per rifiutare: che senso ha parlare di digitale in campagna?
Avevo carta bianca e questo non ha aiutato nel capire di cosa parlare, ma è proprio rispondendo alla domanda “che senso ha” che è nato il mio intervento.
L’ho scritto, corretto, editato e stampato. Arrivato il fatidico giorno volevo paccare all’ultimo, troppo agitata e convinta che sarebbe andata malissimo. Poi mi sono seduta, posato i miei fogli ed iniziato a parlare, a braccio.
Dell’esperienza in sé ne scriverò bene in un altro articolo. Anche se sono passati alcuni giorni ho addosso troppe emozioni per dargli una forma leggibile.
Di seguito invece trovi l’intervento, intatto nella sua essenza ma adattato per il Blog.
Buona lettura e se vuoi farmi sapere la tua puoi usare lo spazio commenti qui sotto o raggiungermi sul Canale Telegram. Grazie
Le “parole che servono” sono quelle in grado di creare uno spazio di co-costruzione, un linguaggio che abita l’ibrido, che accetta l’ambiguità, che non pretende di avere tutte le risposte, ma che ha il coraggio di fare domande e di aprire varchi. Le “parole che servono” possono essere quelle che provano a cercare un senso, anche quando il senso sembra sfuggire.
Tratto da “Le parole che servono” di Paolo Iabichino
Mi è sempre piaciuto comunicare e condividere, quando ero piccola appena papà tornava a casa lo investivo con il resoconto della giornata (a detta di mamma parlavo troppo, ho capito da grande che mamma non diceva proprio tutto a papà. Sono sposati da 51 anni, ha sicuramente ragione lei, ma questa è un’altra storia).
Faccio parte di quella generazione che ha conosciuto i modem 56k e il caratteristico fischio quando si connetteva a internet, sempre la sera così potevo tenere occupata la linea fissa senza che nessunə in casa borbottasse. Ma ci pensi, ora siamo perennemente connessə non esiste più il “vado online”, ormai online e offline coesistono.
Comunque tornando ai modem 56k, da quando ho iniziato a usare internet ho sempre sperimentato e provato a creare spazi dove condividere pensieri e idee.
Ho iniziato a fare sul serio nel 2016, avevo re-incontrato la bici, scoperto che amavo la ciclomeccanica (aggiustare biciclette) e che online non si trovavano informazioni scritte da donne per le donne che volevano pedalare.
All’epoca avevo rivoluzionato la mia vita da un paio di anni, vendendo lo scooter (che guidavo dall’età di 14 anni senza mai muovere un passo a piedi) e salendo in sella, tutti i giorni. La bici era ormai il mio mezzo di trasporto quotidiano, ho dovuto capire come smazzarmela con le cistiti (di cui prima non avevo mai sofferto) e come fare con le mestruazioni.
Se incontravo queste difficoltà io, potevano incontrarle altre donne, così ho iniziato a scriverne ed è nato il blog de La Ciclista Ignorante (il papà di questo). Da lì a poco ho scoperto che aggiustare bici mi piaceva quasi di più che pedalare e nel 2018 ho aperto la mia ciclofficina a Genova (tenuta fino al 2023 quando mi sono trasferita a Sarzana).
Piccolo inciso: per chi non lo sapesse un blog è lo spazio dove stai leggendo questo articolo, un sito web dove ə proprietariə pubblica contenuti (articoli, riflessioni, guide) in ordine cronologico inverso, ovvero i più recenti sono in primo piano. Ne esistono di tantissimi tipi e ne siamo circondatə, ad esempio quelli di notizie o di cucina sono blog.
Tornando al 2016, va detto che c’erano già i social, da anni sentivo dire che non era più l’epoca dei blog, che non li leggeva più nessunə, che era meglio investire su un social, ma ho sempre fatto di testa mia e a distanza di 10 anni sono felice di questa scelta.
Prima dell’avvento di Facebook (storicamente viene considerato lo spartiacque tra il mondo prima dei social network e dopo), chi voleva lavorare nel digitale apriva un blog. Famosissimi sono, appunto, quelli di cucina. L’introito arrivava dalla pubblicità (come è da sempre, ancora oggi).
Si lavorava di posizionamento online, in altre parole cercare di apparire tra le mie posizioni dopo una ricerca su Google. Più traffico, ovvero persone che visitavano il tuo sito, più quella pubblicità era vista, in alcuni casi cliccata: ogni visualizzazione ed ogni clic portavano soldi. E all’inizio, come in tutte le cose, potevi guadagnare bene.
Poi è arrivata la concorrenza, gli algoritmi sempre più incasinati, oggi abbiamo pure lo spauracchio1 dell’Intelligenza Artificiale. Così piano piano chi voleva vivere lavorando online si è spostato sulle piattaforme social e anche qui all’inizio si stava bene. Quando nel 2016 ho aperto la pagina Facebook de La Ciclista Ignorante (non più online) per promuovere il Blog, era ancora possibile farsi trovare, crescere in modo organico (senza farsi pubblicità) e, aggiungo, anche in modo onesto.
In tantə nel tempo mi hanno suggerito di scrivere direttamente su Facebook e lasciare perdere il Blog ma questa idea non mi hai mai convinto. La facilità e velocità di scrivere su un social ha attirato moltissime persone, pensando che fossero equivalenti, invece non è così.
A parte che ho sempre avuto la fissa di poter personalizzare (intendo proprio graficamente) e gestire il mio spazio, su un social tutto passa veloce, si perde e deteriora molto in fretta. Un contenuto su un blog è ritrovabile anche a distanza di anni, provateci con un post su Facebook o Instagram. Se consideriamo il blog come casa, un social è casa di qualcun’altrə ed è una casa molto affollata di gente, pubblicità, purtroppo molto spesso anche odio, polemica e truffe.
Sul mio Blog, no, nel mio spazio parlo di gratitudine, felicità, ancora di bici, marketing, ho anche trovato il coraggio per iniziare a pubblicare i miei racconti.
Viene da chiedersi se me la canto e me la suono, in fondo “non parlo con nessunə”, non è proprio così e tra un po’ ci arrivo e, in ogni caso, tutto dipende dallo scopo con cui si fanno le cose.
Il mio è poco ambizioso: in home ti accoglie la domanda “Cambiamo il mondo insieme?”.
L’idea alla base non è ricevere like e cuori, avere subito una qualche reazione, la determinazione che mi muove è seminare: seminare un altro punto di vista per osservare la complessità delle cose.
Non è tutto bianco o nero, non è tutto giusto o sbagliato. Il mio scopo è esattamente l’opposto di quello che fa un qualsiasi social network. Tutti gli algoritmi sono progettati per polarizzare, creare fazioni, perché le discussioni fanno rumore, il rumore porta coinvolgimento e il coinvolgimento porta le persone sulle piattaforme piene zeppe di pubblicità.
È un giochino a cui mi sono sempre sottratta, sul mio Blog non ho mai avuto alcuna forma di pubblicità e, lo ammetto, spesso mi ha fatto sentire sola.
Un episodio di tanti anni fa ancora è impresso nella testa. Parlando con una persona mi sono sentita dire “non pagherei mai per leggere un blog e se trovo pubblicità la blocco”2.
Ci penso a distanza di anni perché credo che sia caratteristico del nostro tempo: l’egoismo di pensare sempre al proprio orto. Quello che mi stava dicendo è: mi interessa quel contenuto, lo uso, lo sfrutto, ma non do niente in cambio, in fondo non gliel’ho chiesto io di metterlo online.
Su quest’ultima affermazione si aprono le acque come davanti a Mosè e un pensiero mi attraversa la mente ogni volta: viviamo di contenuti che non abbiamo richiesto ma di cui godiamo, quale è il limite?
Faccio questo sul mio Blog, guardo le cose da tutti i punti di vista possibile e faccio un sacco di domande, non a caso uno dei miei motti è “ho più domande che risposte”.
Un altro spazio che mantengo con un po’ di fatica, perché al solito sono un salmone controcorrente è la Newsletter.
Una newsletter è un’email, molto spesso commerciale: forse sei iscrittə a qualcuna, magari un codice sconto ti ha attiratə oppure semplicemente vuoi rimanere aggiornatə sulle offerte del tuo negozio preferito.
La mia non è niente di tutto questo, come per il Blog, è un seme e poco importa cosa accadrà.
“Poco importa” per me significa che qualsiasi cosa nascerà da quel seme andrà bene, sarà comunque bella e, appunto, poco importa se lo verrò a sapere o meno, se vedrò con i miei occhi il frutto di quel seme.
È un modo di ragionare e vivere molto diverso dalla massa e nel tempo mi sono interrogata più volte se me la stessi cantando e suonando da sola. Eppure ogni volta ho ricevuto risposte inaspettate, come appunto l’invito a presentare la mia Newsletter in un club del libro in campagna, oppure persone che sono venute a conoscermi quando avevo la ciclofficina, o ancora di recente sono passate dall’Associazione dopo che avevano letto il Blog.
Credo tantissimo nel potere delle parole e nella forza della condivisione ed è questo che mi muove, credo che sia importante provare a comunicare e condividere in modo etico, neutro, non polarizzante. Sono certa che ogni situazione possa essere letta da tante angolazioni e non ce n’è una giusta per forza e, cosa ancora più importante, possiamo continuare ad osservare diversamente, condividere, confrontarci, senza per forza pensarla nello stesso modo per andare d’accordo.
Ci si può confrontare, rimanere ognunə della propria opinione e andare d’accordo. Eppure ad un certo punto ci siamo illusə che quando non la pensiamo nello stesso modo siamo nemici. Come ci siamo illusə che se qualcunə parla della propria vita è solo una persona egoriferita.
Questa è una critica che mi è stata rivolta in diverse occasioni: parlo dei fatti miei, voglio mettermi in mostra.
Parlo della mia esperienza perché è l’unica che conosco realmente e, soprattutto, perché per me la quotidianità è spunto di riflessione continuo e costante.
La regola aurea dei miei contenuti è “prendi quello che ti è utile e lasciare andare tutto il resto”: come dicevo prima, è un seme. Proprio come adesso, cosa ci farai con le mie parole è una tua scelta personale. Può non lasciarti niente oppure ispirarti una riflessione.
Seminare è difficile.
Una volta ho provato a tenere un orto ed ho mollato, nonostante i buoni risultati. Anche seminare parole è difficile ma in questo caso non mollo e, a dirla tutta, non so perché. Forse è indole oppure follia, c’è chi la chiama determinazione.
Nonostante i cambi di direzioni (e di nome) non credevo che dopo 10 anni sarei stata ancora qui a scrivere cose. A detta di alcunə sono una scrittrice, ma non mi ci sento avendo alcuni libri nel cassetto e nessuno pubblicato. Così ho aperto Treccani e, tra le altre definizioni. troviamo questa:
Chi si dedica all’attività letteraria; chi compone e scrive opere con intento artistico.
Non contenta mi sono incasinata nel capire il significato di “intento artistico” e sono arrivata a questa definizione
Intento artistico significa: scrivere (o creare) con l’obiettivo di comunicare qualcosa di significativo attraverso le scelte di forma, linguaggio, prospettiva, non solo di trasmettere informazione meccanica.
Non mi sento ancora una scrittrice, sono vittima dei miei stessi pregiudizi. Ma penso anche che le parole stesse evolvono rispetto al loro significato, il linguaggio rispecchia la cultura.
Per questo dal 2018 ho iniziato ad usare lo schwa, la e rovesciata ed ogni volta che tocco questo argomento sento sempre le stesse argomentazioni ma non mi dilungo, anche perché qui sul Blog c’è un lungo e articolato articolo a riguardo.
Scrivo così, esattamente come parlo, ragiono a voce alta, faccio digressioni, mi incasino. Non me ne frega niente di avere ragione, voglio generare una scintilla in chi mi incontra, di persona o attraverso il Blog, il Podcast e la Newsletter, ho l’ambizione di generare pensieri, riflessioni e cambiamenti.
C’è una frase famosissima attribuita a George Bernard Shaw3 che dice
Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.
Continuare a seminare serve proprio a creare confronti generativi.
Poco importa se ne faremo parte in modo attivo, è certo che il nostro seme avrà dei frutti. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il meccanismo della ricompensa immediata per creare una società diversa, partendo da noi. Dobbiamo avere il coraggio anche di lasciare andare quello che creiamo, solo condividendolo possiamo provare a innescare un circolo virtuoso.
Sono un’idealista e si sente. Ne sono orgogliosa, è quello che mi salva nei momenti neri, che ci sono stati e che arriveranno in futuro. Avere fiducia nella vita ripaga ed ogni volta che mi sembra di seminare nel deserto, succede sempre qualcosa di bello che mi ricorda il mio scopo e quanto mi piace continuare a condividere.
Ho 46 anni ed ogni giorno mi chiedo se non sono troppo vecchia per continuare a tenere un Blog. A volte penso proprio che l’idea di Blog è vecchia ed io sto invecchiando con lei.
Ma se rifletto su chi ha riversato migliaia di parole su un social, che non ritroveremo mai, magari anche cose interessanti ma sperse in feed infiniti, super compressi e competitivi, sono felice della mia scelta, anche se faticosa.
In fondo è quella che mi ha permesso di essere la persona che sono oggi (ne sono molto orgogliosa) e di essere invitata in un club di lettura in campagna, tra oche e galline, a parlare di quanto sono potenti le parole e di quanto è prezioso seminare ogni giorno al meglio che si può.
- Molta di quello che sentiamo è propaganda, fanatismo o inutile allarmismo (utile agli algoritmi, appunto). ↩︎
- Nota: esistono software che bloccano i banner pubblicitari. ↩︎
- Questa citazione spesso viene attribuita a George Bernard Shaw. La sua origine probabilmente è da un discorso di Charles F. Brannan, ministro dell’agricoltura USA, all’NBC, 3 aprile 1949. ↩︎
Grazie per il tuo tempo. Scrivo per allenarci insieme a una visione generativa, senza giudizio né performatività. Questo spazio serve a spostare lo sguardo e riconoscersi nella complessità. Se vuoi continuare a leggermi, ogni due settimane arriva Ohibò Newsletter. Senza fretta e senza fronzoli.