Racconto Metafisico è un’esperienza personale che diventa circolare, un gioco di specchi che riflette e moltiplica punti di vista, è un viaggio nel viaggio, dove ognuno compie il suo, personale e unico. Puoi leggere (o ascoltare) tutte le puntate uscite finora cliccando qui.
La stanza degli specchi, così l’aveva battezzata appena entrata, le ricordava il grande atrio nero e scuro che l’aveva accolta, dove era rimasta seduta per giorni prima che si decidesse a prendere le scale per salire al piano di sopra.
A differenza della stanza, l’atrio era composto di pareti nere e lucidissime che non riflettevano l’immagine nitida di chi l’attraversava. Quegli specchi erano proprio degli specchi, lucidi, nitidi, che ricoprivano tutte le pareti, compreso soffitto e, soprattutto, pavimento.
Camminare su un enorme specchio le dava un senso di vertigine. La stanza sembrava immensa anche se di fatto era piccolina e poco illuminata.
Non si sentiva a proprio agio ma, allo stesso tempo, non voleva uscirne. Camminava in tondo, ogni tanto perdeva l’equilibrio ma lo riacquistava un attimo prima di finire per terra. Pensava che non era una buona idea quella di girare in tondo, prima o poi sarebbe finita per terra, eppure continuava, probabilmente per lo stesso insensato motivo che la portava a rimanere in un luogo così poco ospitale.
Andrea sorrideva osservandola, percepiva il flusso dei suoi pensieri. Rebecca sapeva che la stava fissando intensamente e sorrideva senza dire una parola. La leggeva dentro. Lo faceva sempre. Lo faceva da sempre.
Avrebbe voluto fargli una domanda, forse più di una, ma si trattenne, tanto non avrebbe ottenuto risposta o, al massimo, le avrebbe sciorinato qualcosa del tipo che la risposta è solo dentro sé stessə. Ne era consapevole, ma in quel momento avrebbe voluto ascoltare altro.
Le sue domande erano tante, troppe per una testa sola. Non riusciva a smettere, era più forte di lei pensare continuamente.
“Ma quante stanze ci sono in questa casa?”
Nessuna risposta.
“Da fuori sembra una vecchia casa coloniale, piena di salotti e arredata in modo classico, quasi antico. Ed invece, ho visto appena tre stanze e completamente diverse tra loro, di cui due senza logica almeno per una casa. Come è possibile tutto questo?”
Nessuna risposta.
“Come può essere mia una cosa che non ricordo di aver comprato, ereditato, ricevuto in regalo?”
Non era riuscita a trattenersi dal chiedere ma, come immaginava e come succedeva quasi sempre, non ricevette alcuna soddisfazione alle sue domande.
Iniziava ad innervosirsi. Andrea stava quasi sempre zitto e quando parlava era sempre così enigmatico ed ermetico, sorrideva, sempre, la osservava continuamente. Iniziava a sentirsi presa in giro.
Nessuna parola, non arrivava niente di niente e il suo passo si faceva sempre più nervoso.
Lui la guardava, in piedi, immobile, silenzioso, sorridente.
“Non mi muovo di qua finché non dici qualcosa, uffa!”
Andrea si sedette pacatamente sul piccolo pavimento in specchio, come se le sue parole fossero un invito a mettersi comodo perché sarebbero stati lì ancora un po’.
Rebecca fece lo stesso. Si sedette. Di colpo, così di colpo che per un attimo temette di aver rotto il pavimento. Era arrabbiata, era terribilmente arrabbiata.
Si guardavano fissi, quasi si stessero sfidando guardandosi dritti negli occhi. Questo era il pensiero di Rebecca, mentre Andrea invece aveva semplicemente intuito che sarebbero statə lì ancora un po’ ed aveva deciso di sedersi.
Rebecca iniziò a guardare più attentamente la sua immagine riflessa. Gli occhi, le rughe, la pelle grassa, i punti neri, i capelli indefinibili, forse peggio del solito. Si riconosceva ma non del tutto, si piaceva ma non del tutto.
Rimase immobile assorta tra i suoi pensieri, come davanti alla tazza di tè.
“Magari l’illuminazione mi arriva guardandomi intensamente. Con il tè non ha funzionato granché, ma cosa vuol dire, io sono decisamente meglio di una tazza di tè bollente.”
Consapevole di pensare sciocchezze, sorrise, si rilassò e decise di andare a vedere se la tazza di tè era ancora lì, come le altre volte.
Si alzò di scatto senza dire niente, senza invitarlo a seguirla, era consapevole che non l’avrebbe mai lasciata da sola. Se da un lato, almeno in apparenza, provava fastidio, dall’altro la faceva sentire al sicuro. Qualsiasi errore avesse commesso, non sarebbe mai stata sola.
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