Questo articolo affronta temi legati alla salute mentale. Prenditi cura di te e proteggi la tua sensibilità: fai spazio solo a ciò che senti di poter accogliere, rispetta i tuoi limiti e concediti di fermarti.
Vorrei non pensare per un po’, proprio spegnere il cervello. Nessun gesto estremo, sono grata alla vita e felice di quella che ho, vorrei solo avere un po’ di quiete mentale.
L’iperattività cerebrale non si vede, ma esiste. Al di là di qualsiasi inglesismo che trasforma tutto in moda, è una condizione reale e, a volte (spesso?), difficilmente gestibile per chi è Adhd.
Essere, avere, non so mai che verbo usare. Sono Adhd, ma non sono solo quello. Se considero l’Adhd per quello che è, un funzionamento, posso dire di averla? Quando affermo che le parole sono importanti, vengo tacciata di essere pesante, ma è un dato di fatto.
Sui manuali è ancora definita come un deficit o una sindrome. Deficit rispetto a cosa? Invece per sindrome in medicina si intende un insieme di sintomi che ricorrono insieme in modo riconoscibile, ma variabile da persona a persona, e la cui causa può essere ignota o non univoca. E nel trovare le giuste parole, non sono sicura che “sindrome” sia quella giusta per l’Adhd.
Ecco perché si è iniziato a parlare di funzionamento: esistono delle spiegazioni neurobiologiche ai sintomi dell’Adhd, ma diventa complicato curarla per la varietà dei sintomi e, soprattutto, di come impattano sulle singole vite.
Nella mia vita c’è un cervello che non si spegne mai, da sempre.
All’inizio aver avuto la diagnosi mi ha dato molte risposte. All’epoca ero sposata, avevo vicino una persona e pensavo (scioccamente) di essere sostenuta, che mi avrebbe aiutato e cercato di capire.
Il mio matrimonio è finito per molte cause, tra cui l’assenza di comprensione reciproca, da un certo punto in poi tutto è andato in un senso solo.
E l’Adhd è quella cosa, a tratti diabolica, che mi fa chiedere ancora adesso in cosa ho sbagliato, cosa avrei potuto fare.
A questo punto c’è sempre qualcunə che dice “ma sono cose che si domandano tuttə quando finisce una storia”. Non lo metto in dubbio, ma non è mai solo quello che pensi o fai, ma che impatto ha sulla tua vita. E come lo misuri l’impatto? Immagino che esistano strumenti scientifici, la psicologia e la psichiatria servono anche a questo. Non lo so con certezza e, nella mia ignoranza, temo che qualsiasi strumento abbia dei limiti intrinseci, in fondo si sta cercando di misurare in maniera oggettiva qualcosa di soggettivo.
Qualche sera fa ho dimenticato le chiavi dentro l’Associazione, sono arrivata che era aperta e distrattamente le ho lasciate all’interno. Peccato che me ne sia accorta all’una e mezzo di notte, dopo il turno al pub. Sono fortunata perché avevo chi chiamare.
Quando racconto questo fatto la risposta è la solita “sono cose che capitano a tuttə”. È vero, ma come stanno “tuttə” nei giorni successivi? E non significa ingigantire un piccolo avvenimento, semplicemente non smetti di pensarci, di rimuginare, di sentirti idiota e, nel mio caso, di darti addosso.
Vorrei smettere di pensare ma accade di rado e solo per poco.
Quando riesco a dormire bene, ovvero mi sveglio riposata. In tutta onestà capita raramente nell’ultimo periodo e sono quasi certa che, finché non cambio casa, la situazione rimarrà pressoché così.
Quando guardo video idioti sul telefono. Negli ultimi due giorni ho passato troppo tempo su Instagram. Ho anche speso dei soldi in una di quelle app con film al pari di Topazio (citazioni sempre colte da queste parti).
Ogni tanto lo faccio per un mese, poi disdico l’abbonamento. A dirla tutta stanno anche peggiorando, molti film sono fatti con l’AI e male, infatti mi diverto a cercare gli errori. In generale le relazioni rappresentate sono tossiche e violente, i ruoli di genere stereotipati. Infatti dopo un po’ ricomincio a pensare a queste cose.
Sono delle trashate uniche, così kitsch che non riesci a smettere di guardarli, anche solo per ridere delle assurdità rappresentate. Li guardi per evadere e evitare di pensare, non di certo per l’alto contenuto artistico.
Ma, appunto, non dura mai molto e dopo un po’ il mio neurone inizia un’analisi sulla tossicità di certi messaggi e mi sto antipatica da sola. Per non parlare di quando, dopo una giornata a non far nulla, mi do addosso. La mia testa oltre a pensare sempre, vive una sorta di continuo conflitto tra quello che faccio e quello che penso di dover fare. La senti la fatica?
Nel tempo ho messo a punto le mie strategie, ho sviluppato consapevolezza, riesco a osservarmi da fuori e, per lo meno a parole, mi dico di lasciarmi stare, che in realtà quelle ore passate a non fare nulla sono un segnale.
Non è automatico, la mia testa parte per la tangente e mi devo ricordare di andare a riprenderla. Neanche è questione di volontà o motivazione. È neurobiologia.
Esiste la terapia, in generale funziona, come si suol dire “mette una pezza”. Ma di recente, dopo anni a creare e testare i miei protocolli personali, l’Adhd si è manifestata in nuovi modi imprevisti, come un essere mutante che apprende ciò che gli serve per trasformarsi ancora. La prima volta che ho messo a fuoco questo meccanismo la frustrazione era alle stelle.
So che le parole non bastano. So che chi come me ci passa in mezzo ogni giorno, si riconoscerà. Mentre la maggior parte delle persone penserà che sto esagerando o facendo la vittima.
Tra le mille lotte interiori che sto attraversando, affronto quella di non volermi identificare con la mia diagnosi. E si torna al discorso di prima: sono Adhd oppure ho l’Adhd? Cambia tutto.
A forza di non volermi identificare, sono approdata alla sponda opposta, quella in cui dovevo dimostrare di essere come tuttə. È servito, ho capito che siamo tuttə diversə, a prescindere da diagnosi specifiche. Eppure continuo a cercare di adeguarmi a quello che immagino la società voglia da me. Continuo a cercare di inscatolarmi.
Ho paura della libertà? Ho paura di conoscermi e non piacermi?
Nella mia testa viaggia questo insensato pensiero che ə altrə fanno meglio, non perdono ore preziose per poi svolgere un lavoro a due ore dalla consegna. Ho questa visione che le persone siano tutte organizzate, produttive, sempre sul pezzo.
Lo so che è una cazzata (perdona il francesismo), razionalmente ne sono consapevole, ma la mia testa continua a dirmi altro. E qui subentra il condominio, il dialogo perenne tra il neurone Adhd e la giudice interiora che (molto spesso) parla con le voci di mio padre e del mio ex marito.
Giusto per fare psicologia molto spicciola, indubbiamente la separazione ha portato alla luce cose sopite e l’unico modo per far entrare la luce è far uscire l’ombra, e allo stesso tempo la prima non esiste senza la seconda. Psicologia, filosofia, buddismo, in fondo tutto è collegato e il mio cervello lo sa bene, e passa da un discorso all’altro, da un pensiero all’altro, dove in mezzo c’è la ricerca della casa, scelte lavorative, commissioni varie e paura per i prossimi passi da fare.
Lo senti l’affanno? Ti potrei sembrare arrogante, ma è un milionesimo di quello che c’è nella mia testa. E sono stanca, vorrei solo smettere di pensare per un po’, non ci riesco ed allora piango per fare spazio ad un po’ di luce. E scrivo, scrivo tanto, anche perché sono stanca di chi ammanta le neuroatipicità di estetica inutile, come se fosse un vestito alla moda.
È un casino quotidiano. Alcuni giorni pesa di più, altri di meno. In certi momenti diventa una leva, altre volte il masso che ti schiaccia.
A dirla tutta ora come ora, mentre scrivo, non so descrivere come mi sento, mi vedo tra la leva e il masso e sono così intorpidita e stanca da stare lì a fissarli entrambi, in attesa di prendermi qualcosa in testa.
Lo ripeto perché, tra tutti i timori che ho, quello che più temo è di essere fraintesa: non ho scritto questo post per essere compatita, non sono e non mi sento una vittima. L’ho scritto perché le neuroatipicità non sono mode, le diagnosi si affrontano con unə professionistə e non su un social, perché è importante portare rispetto. Ci sarebbero ancora molte parole da spendere (investire?) su questo argomento. Per oggi è tutto, mi sento stremata e vulnerabile.
Spero che aiuti chi sta cercando di affrontare la propria diagnosi con lo sguardo di chi non si identifica con essa e di chi si riconosce di essere molte cose. È solo un funzionamento, a volte bastardo, ma solo un funzionamento.
Grazie per il tuo tempo. Scrivo per allenarci insieme a una visione generativa, senza giudizio né performatività. Questo spazio serve a spostare lo sguardo e riconoscersi nella complessità. Se vuoi continuare a leggermi, ogni due settimane arriva Ohibò Newsletter. Senza fretta e senza fronzoli.