Ho appena preso un caffè che non sta sortendo alcun effetto: continuo a sbadigliare. D’altronde per me il caffè è una coccola, una delle mie bevande preferite in tutte le sue forme e non mi hai mai tenuta sveglia.
Quando non riesco a dormire è per altri motivi. Sono passati i bei tempi in cui ignoravo cosa fosse l’insonnia. Difficile dire cosa interferisca con il mio sonno, sicuramente da un lato ci sono delle preoccupazioni ma anche il ritmo da pub non scherza.
Scrivo di venerdì, tra qualche ora rientro dietro il bancone dopo dieci giorni di stop. Mi hanno operato e sono stata ferma qualche giorno. Niente di grave, era una cosa in programma da tempo, arrivata al momento sbagliato.
Dopo l’intenso agosto, ero impaziente di riprendere un po’ di routine, rimettermi in bolla con gli orari ed invece mi sento ancora in alto mare. Allo stesso tempo mi chiedo se pensarla così sia un’illusione. E contemporaneamente mi ripeto che credere all’idea dell’illusione significa che me la sto raccontando.
Sì, è esattamente quello che vedi, un vero casino, in cui la mia giudice interiora non molla di un millimetro.
I punti tirano. Mi hanno levato un lipoma di 6 cm sotto la scapola sinistra.
Un lipoma è una cosa brutta da vedersi, sia dentro che fuori, ma sostanzialmente innocua: è grasso che non vuole separarsi da te. In fondo dopo 46 anni insieme è plausibile che il mio adipe non volesse lasciarmi andare.
In realtà è spuntato quattro anni fa e finché non mi ha fatto male l’ho tenuto, poi un giorno mi sono accorta che si muoveva e, soprattutto, iniziava a dolermi anche appoggiata al letto.
Dieci punti, di cui proprio stamattina ne sono rimasti la metà. E bruciano.
Lo so, me l’hanno già detto in tutti i modi: se bruciano vuol dire che sta guarendo bene. Non metto in dubbio, ma bruciano ed è fastidioso.
Così, nel mentre cercavo di andare a dormire ad un’ora decente e svegliarmi come le persone normali, mi sono ritrovata di nuovo all’aria.
Scrivere “svegliarmi come le persone normali” è indice di pregiudizio, so anche questo (per lo meno sulla carta ho diverse certezze, nell’applicazione lascio a desiderare). È quella stessa parte di me convinta che lavorare bene significhi alzarsi presto ed essere super produttiva entro la pausa pranzo. Sì, ho scritto proprio “super”, perché non basta fare, bisogna anche eccellere.
Poco conta il conteggio delle ore effettive dedicate al lavoro, tutto si limita a pochi parametri, scelti in modo totalmente arbitrario, per decretare se sono degna o meno. E siamo di nuovo qui, forse con più consapevolezza quindi non proprio lo stesso punto. O è un’altra illusione?
Tra le varie interferenze per rimettermi seriamente a scrivere, ci sono state anche quelle tecnologiche, rappresentate da alcuni problemi al pc. Ogni pretesto per rimandare mi è stato servito in modo magistrale su un piatto d’argento, e ho colto prontamente, perché autosabotarsi è uno stile di vita.
Anche cercare di capire il perché e il per come del proprio comportamento è una forma di autosabotaggio. Sviscerare in lungo e in largo tutte le motivazioni ha poco a che vedere con il superarle, anzi spesso è un modo per rimanerci aggrappatə ancora un po’.
Una mattina mi sono ritrovata dentro una riflessione già vissuta, già perché da quella illuminazione parziale c’ero già passata, ma evidentemente non l’avevo ancora interiorizzata fino in fondo.
Usare verbi ed espressioni come “riprendere il filo”, “recuperare”, “rimettermi in pari” e simili sono trappole mentali che ti fanno vivere nel passato o nel futuro, distogliendoti totalmente dal presente.
Così ho deciso che ogni mattina, appena sveglia, avrei stabilito cosa fare nella giornata, cercando di mantenermi sempre concentrata sull’attimo presente, senza farmi distrarre dall’essermi o meno addormentata, cosa che mi crea parecchia frustrazione. Ma soprattutto, rispettando il mio corpo e la mia stanchezza, che sono reali e meritano tutta la mia considerazione.
Non significa fare solo quello che si vuole in base all’umore, ma stare nell’ormai sempre citato “qui e ora”.
Salvo impegni e appuntamenti prestabiliti, sto cercando di togliermi dalla testa espressioni come “sono in ritardo” appena suona la sveglia, al di là di quanto ho rimandato la discesa dal letto.
La razionalità lavora ad un livello superficiale ma in questi momenti mi è sempre molto utile: ormai è successo, a cosa serve ripetersi ossessivamente che si è in ritardo, magari anche maledicendosi? A nulla, lo stato dei fatti non cambia o, peggio, si appesantisce di nervosismo fine a sé stesso.
Ovviamente l’esempio è vita vissuta tutti i giorni, con il mio ritmo circadiano che ormai è espatriato.
Non sto dicendo nulla di nuovo, sono l’ennesima persona che parla del “qui e ora” eppure mi stupisce sempre quanto sia difficile metterlo in pratica. Ed anche della speculazione che gira intorno a questo argomento: corsi, libri, seminari, ritiri. Tutto diventa un frutto da spremere per fare soldi e qualcosa alla portata di tuttə, diventa per pochə, irraggiungibile e, cosa ancor peggiore, si inizia a pensare che sia solo per privilegiatə.
Lo abbiamo pensato almeno una volta “non ho tempo per pensare a queste fesserie”, presə come siamo da una quotidianità schiacciante, frenetica, isterica.
Io l’ho pensato. Ho pensato che non avessi tempo per leggere e dedicarmi alla mia creatività finché, semplicemente, non ho deciso di farlo. Il click è scattato quando mi è stato chiaro che non erano vizi da tempo libero, ma ossigeno per la mia mente. Come lo è stare nel presente, difficilissimo e, quando ci riesci, ti rendi conto di come le giornate si dilatano e in quel tempo, che prima sembrava compresso e scarso, ci sta dentro tutto quello che serve per farci stare bene.
Tipo ora, in questo momento, mentre scrivo, sono proiettata alle cose ancora in sospeso, a questa settimana che mi è sfuggita sotto mano, al rientro al pub stasera, mi chiedo quanto abbia senso quello che scrivo e se non finirà come ieri in cui ho cancellato tutto perché non mi convinceva affatto. Sono da tutte le parti tranne nel mio presente. Sto pensando che sono in ritardo, sono di nuovo in quel loop lì.
Ed ogni volta devo tornare a me stessa, a volte ci metto di più, altre di meno, ma è un esercizio di consapevolezza costante e, per quel che mi riguarda, credo che non imparerò mai. Ho questa convinzione personale: quando pensi di essere arrivatə, in realtà ti sei completamente persə in un mondo di arroganza. O forse sono arrogante nel pensarla così?
Amo le parole, come amo scrivere, ma ogni volta mi chiedo se sono riuscita ad utilizzarle nel modo giusto, se sono riuscita a trasmettere quello che avevo in testa (e nel cuore), se il messaggio è arrivato. Parlo di me ma non per parlare di me, non voglio mettermi al centro, rifletto a voce alta. Ci sono momenti in cui mi sento solə e la forza delle parole condivise mi aiuta sempre a uscire dal mio piccolo guscio, ad ampliare lo sguardo.
Avevo un sacco di cose in programma prima di iniziare a scrivere e, al solito, seguendo il flusso sono atterrata da tutt’altra parte. Ogni nuovo testo è una sfida, la paura di annoiare è sempre dietro l’angolo. Spero che leggermi ti lasci qualcosa, accenda una scintilla e se vuoi condividerla, scrivimi (non è un modo di dire).
Amo un sacco le parole e, come sempre, non so come chiudere, niente si chiude veramente, mi immagino così questo spazio: uno scambio continuo di energia, non deve per forza avere uno scopo, può esistere e basta.
Probabilmente sono un disco rotto e mi sono ripetuta un sacco di volte in questi anni, ma quanto è bello agire senza produrre per forza qualcosa? Essere liberə di agire solo perché ci va.
Non possiamo farlo sempre, ci sono responsabilità e impegni inevitabili, ma perché ci limitiamo a prescindere? Perché comprimiamo le nostre vite sempre di più autoimponendoci dei limiti? Ok, la finisco.
Un sacco di riflessioni su riflessioni che si autogenerano, a tratti anche ripetitive. Ma credo sia fondamentale continuare a porci determinate domande per non assuefarci a vite che ci stanno strette solo perché così fan tuttə.
Concludo e prima ti ricordo la regola aurea: prendi quello che ti serve e lascia andare tutto il resto. Per il momento grazie di aver letto fin qui.
Buon proseguimento, buona fine, buon inizio, buona vita, buon tutto!
Grazie per il tuo tempo. Scrivo per allenarci insieme a una visione generativa, senza giudizio né performatività. Questo spazio serve a spostare lo sguardo e riconoscersi nella complessità. Se vuoi continuare a leggermi, scopri Ohibò Newsletter.
