Arrivata in Associazione da poco. La più grande vittoria di oggi è stato fregarmene dell’orario. Il pensiero mi ha sfiorato e l’ho subito cacciato.
Ho nelle orecchie l’ultimo album di Einaudi (ne devo recuperare parecchi), sto finendo un gelato (praticamente il mio pranzo), ho un mezzo attacco d’asma (ed ho dimenticato il Foster a casa, il genio) e sono felice, sto nel flusso, sono nel momento.
Ieri sera ho fatto tardissimo. Finito al pub alle 22 (non c’era nessunə), arrivata a casa mi sono piazzata sul divano a cenare e mi sono guardata Roast in Peace, un programma Prime politicamente scorretto.
Di solito non amo quei programmi, ma c’erano comicə che apprezzo: ho riso tantissimo, fatto le 3 di notte e, soprattutto, dormito. Ho dormito veramente bene, mi sono alzata all’ora di pranzo e il primo pensiero è stato “quanto sto bene, mi ci voleva”.
Da lì ho avviato la mia giornata, fregandomene di quando finirò e accettando il fatto che ho bisogno di ferie, che per me queste settimane sono l’equivalente della prima settimana di Agosto dove tuttə fanno cose ma senza pensarci sul serio, è come l’ultimo giorno di scuola.
Non manca l’ansia dei soldi, ogni tanto parte il conteggio di quanto spenderò (subito arriva il pensiero di fare economia sui pasti) eppure questo viaggio non è solo un vezzo, è una necessità. Ho bisogno di stare da sola, lontano dai miei luoghi, li amo ma mi stanno anche stretti.
Sto cercando di smontare ogni tipo di aspettativa, voglio rimanere aperta a qualsiasi cosa accadrà. È un po’ difficile: penso che non mi sono affatto allenata, che sicuramente il ginocchio destro cigolerà, penso che forse in questi soldi potevo risparmiare con più attenzione. Mamma mia la testa quanto sa essere bastarda.
In fondo vado in Toscana e in Umbria, non sono in mezzo al deserto. Qualsiasi cosa succeda sono a qualche centinaia di chilometri da casa.
Mi rendo conto che un po’ sto invecchiando, perdendo l’incoscienza dei primi viaggi, l’idea del “se non posso pedalare, cammino”. Il mio lato perfettino prova a prendere il sopravvento anche in quello che dovrebbe essere solo svago.
Il mio lato perfettino che non ha ancora un nome, ma credo sia cugino della mia giudice interiora o forse ne è la voce, quella voce che ogni volta vuole farmi credere al tutto o niente.
“Le cose vanno fatte bene” è una frase che mi accompagna fin da piccola, fin da quando mi svegliavano per passare l’aspirapolvere (solo a me, mio fratello poteva dormire e qui chiudo subito la parentesi). Dannata moquette, che incubi.
Ed io non ne avevo voglia e mi sembrava tutto ingiusto così rispondevo “se le cose si fanno bene o si non fanno, l’aspirapolvere non la passo perché lo faccio male”. Non funzionava mai, anche se evitavo di impegnarmi volutamente. Mi sgridavano e la domenica dopo da capo.
È passato un secolo, ancora me ne ricordo. È passato tanto tempo e molto ho risolto nei confronti dei miei genitori, in fondo sono nata nel ’79, certe dinamiche erano cultura, ora forse ci rendiamo conto del maschilismo ma, appunto, forse.
Non è questo di cui volevo scrivere, ma i flussi di coscienza sono così, parti da un punto e chissà dove ti porta.
Esattamente come il viaggio della prossima settimana. Alcune tappe sono obbligate, ho già prenotato e non riesco ad andare totalmente all’avventura (anche per motivi di budget), ma il tragitto preciso lo scoprirò solo in viaggio.
Non ho mai comprato un gps, non so se tracciare con il telefono (in tutta la sua imprecisione e uccidendo la batteria) o fregarmene. In realtà mi conosco, anche se inizio con tutte le migliori intenzioni, poi mi dimentico qualche pezzo.
Ho nelle orecchie Pathos di Einaudi, ho appena capito che l’ultimo album è un live e questo pezzo lo adoro.
Chissà che musica mi accompagnerà in viaggio (rigorosamente da un orecchio solo). Ho già scelto qualche audiolibro. Di tutto quello che devo ancora preparare, ho deciso le cose più importanti: il libro da leggere e il taccuino su cui tenere traccia. Niente pc, tablet, pochissima tecnologia (il telefono).
Adoro avere l’ufficio in Associazione, è un’esperienza pazzesca, ma non capirò mai l’ostinazione di salutare una persona con le cuffie che scrive al pc, non viene in mente che può dare fastidio essere interrottə? Lo so sono antipatica, in fondo vogliono solo essere gentili.
La testa vaga in modo sconnesso. Direi che è arrivato il momento di chiudere. Ho degli appunti da sistemare. Molto di quello che volevo fare prima di partire non lo sto facendo, il mio neurone vuole solo pace ma alcuni lavori devo proprio levarmeli, proprio per dargli la pace di cui ha bisogno. Dannazione ai circoli viziosi, è un casino spezzarli o trasformarli in virtuosi.
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