La prima versione di questo articolo risale a molto tempo fa, poco dopo aver venduto lo scooter e aver deciso di usare solo la bicicletta per i miei spostamenti urbani.
All’epoca è stata una specie di rivoluzione per me, tanto che i miei genitori erano scioccati. Per evitare che mi pentissi, mi avevano consigliato di fermare lo scooter per un po’ per vedere se effettivamente fossi convinta.
Lo portai addirittura fuori Genova, nel giardino di un’amica: non l’avrei avuto a disposizione alla prima difficoltà, sarebbe stata la mia prova del nove.
Ero così convinta che la difficoltà è stato andarlo a riprendere per venderlo. E finché sono stata a Genova non ho mai più sentito la necessità di avere un mezzo tutto mio. Ha iniziato a mancarmi quando mi sono trasferita, non subito, dopo un po’ di tempo.
Per quanto il trasporto pubblico a Genova non sia dei migliori e anche come nodo ferroviario lasci a desiderare, a volte è proprio meglio non prendere l’auto (o lo scooter) piuttosto che perdere tempo a cercare parcheggio.
A Sarzana ho avuto qualche difficoltà in più, credo anche per pigrizia: fin quando ho avuto la possibilità di avere passaggi non mi sono mai chiesta come funzionavano gli autobus da queste parti, finché l’unica volta che ci ho provato ha saltato la corsa.
Generalmente mi muovo a piedi, da poco ho ripreso la bici anche per i più piccoli spostamenti. Fatico ad orientarmi quando si tratta di spostarmi in paesi limitrofi: di sera le strade possono essere molto buie e ogni tanto ho rimpianto il motorino, non tanto da ricomprarlo però. Piuttosto mi sono organizzata diversamente, esplicitando chiaramente le mie difficoltà di spostamento1.
Il senso di tutta questa storia è che si può vivere senza mezzi privati, bisogna volerlo, bisogna volersi organizzare e deve essere una scelta, non un’imposizione.
Parlo anche dalla posizione privilegiata di chi non ha figlə, di chi ha deciso di vivere in un paese dove c’è tutto (e comunque La Spezia è facilmente raggiungibile), parlo anche dalla posizione di chi ha deciso di rinunciare a certe comodità come stile di vita, in nome di scelte etiche personali e insindacabili.
Come è insindacabile scegliere di utilizzare l’auto per comodità. Però, qui aggiungo un però, serve consapevolezza.
Una delle cose che più mi ha lasciato basita di Sarzana sono le persone che prendono l’auto per fare 500 metri. Al netto che non ci sono marciapiedi, letteralmente (il tratto per andare e venire da casa è su strada e la gente ovviamente corre in modo assurdo) e sempre al netto di chi ha problemi fisici importanti, non trovo il senso di spostare un mezzo inquinante e ingombrante, invece di fare due passi.
E la fretta non è una buona scusante, di solito il traffico ti impone di fartela passare.
La decisione, a mio avviso scellerata, di usare l’auto in ogni occasione è la possibilità per moltə, non tuttə, di avere il parcheggio comodo di rientro a casa: ad esempio nella mia zona molte case hanno cancelli privati e spazio per parcheggiare nel proprio vialetto. Sembra una considerazione banale, ma venendo dalla zona stadio di Genova, sono cresciuta pensando a quando ci sarebbe stata la partita, al casino prima e dopo e se fosse il caso di andare a piedi o meno.
La comodità spesso porta a non riflettere sulle proprie scelte, e soprattutto come queste influenzino chi abbiamo intorno e la nostra stessa città: è facile dire che sono pericolose per andare in bici, ma ci pensiamo mai a quanto con il nostro comportamento le rendiamo tali?
Oltre la comodità, un altro aspetto da tenere in considerazione è lo status quo: quanto ci serve veramente l’auto (o la moto) e quanto invece desideriamo averne una come status di chi siamo, cosa abbiamo e cosa possiamo permetterci?
Continuo a pensare alle tante persone che in ciclofficina si giustificano2 perché avevano vite incasinate e sentivano di essere obbligate ad usare l’auto. Poi quando insieme ragionavamo sui tempi degli spostamenti e, in più in generale, la propria organizzazione, l’illusione si sgretolava.
In tutta sincerità credo che chi ha già deciso di non possedere mezzi privati, non abbia bisogno di questo tipo di articoli, perché è già dentro questo modo di ragionare e, probabilmente, ha una certa sensibilità nei confronti dell’ambiente e dello spazio urbano, inteso come spazio da restituire alle persone.
Piuttosto se sei qui a leggere, hai un tarlo che ti gira per la testa, ma non riesci a deciderti e pensi che l’unica soluzione sia fare una scelta netta, estrema.
Questo tipo di scelte serve a poco, meglio una goccia che scava la roccia con costanza. Se senti di voler fare la tua parte prova a diventare più consapevole dei tuoi spostamenti, chiediti una volta di più se ha senso spostare l’auto o se fare due passi può farti bene. Chiediti se veramente c’è tutta quella fretta che senti addosso o ti stai imponendo un ritmo non tuo.
È probabile che tu non possa cambiare tutto assieme e serve a ben poco autoimporselo: un cambiamento piccolo non vale meno di uno grande, e poi chi decide cosa è grande o piccolo? Rispetto a chi e a cosa?
Lascia stare paragoni, lascia stare stili di vita che non ti appartengono, compreso quello di vendere l’auto domani perché vuoi diventare “più ecologicə”: fai un passo alla volta, dove sei, ogni giorno, vale più di mille gesti eclatanti.
Ultimo ma non ultimo: e vivere senza patente, si può?
Mi hanno fatto questa domanda in diverse occasioni, ma non so rispondere, perché ho preso la patente a 18 anni e, visto quanto costa prenderla oggi, la rinnovo quando devo.
Vedo nella patente uno strumento di emancipazione. Al contrario di altre persone non vedo il nesso logico “se prendo la patente tanto vale avere un auto”: ad esempio posso decidere di non avere un mezzo di proprietà, ma di noleggiarne uno.
Ammetto che però il mio ragionamento potrebbe essere viziato: anche se non guido più, ho la patente e posso ricominciare in ogni momento. E potrebbe essere influenzato da come sono stata cresciuta: mia madre l’ha presa da adulta (e con molta fatica) e, appena compiuti 18 anni, mi ha iscritta a scuola guida.
Proprio ora mentre scrivo rifletto sul fatto che una delle difficoltà di scegliere di vivere senza auto o moto è stato il lavoro. Tantissimi posti di lavoro accettano solo candidature di chi ha un mezzo, non solo la patente, per altro senza calcolare in alcun modo un rimborso delle spese di spostamento (e non sempre gli stipendi sono così alti da coprire tutto, anzi).
Per tornare alla domanda iniziale verrebbe da rispondere che sì, auto o moto servono, ma non ne sono così convinta, soprattutto se il loro possesso è vincolato a fattori esterni che, a conti fatti, possono diventare una spesa piuttosto che un guadagno.
Lo so che funziona così da sempre, ma questo non vuol dire che sia corretto ed equo.
Al solito non esiste una risposta universale, ogni persona valuta in base al proprio stile di vita ma, ancora una volta, torno sul punto fondamentale: essere consapevoli delle proprie scelte, compromessi compresi.
Grazie di aver letto fin qui. Per domande, dubbi, approfondimenti, cose che ho scritto ma che forse non sono così chiare come penso, puoi scrivermi direttamente, commentare qui sotto o raggiungermi sul Canale Telegram.
Buon proseguimento, buona fine, buon inizio, buona vita, buon tutto!
- Nonostante i miei timori di essere etichettata come l’alternativa e ricevendo massima solidarietà e comprensione. ↩︎
- Per inciso: senza che chiedessi niente. ↩︎
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