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Riflessione aperta sui meccanismi del web

Il web ragiona per algoritmi e parole chiave, lo scopo è fatturare e, per la maggior parte, lo si fa attraverso banner pubblicitari.

Siamo abituatз ad aprire il motore di ricerca (in Italia il monopolio è di Google con il 95% di utilizzo), scrivere, non necessariamente in modo corretto e articolato, e cliccare invio. Si apre così un lungo elenco di risposte che non esploriamo mai oltre la prima pagina e oltre la terza voce (così dicono le statistiche). Moltissime persone non riconoscono un risultato organico da una pubblicità.

Le cose stanno veramente cambiando? I motori di ricerca sono più attenti all’intento di chi effettua la ricerca, vanno oltre i diminuitivi (ad esempio bicicletta-bici) e, soprattutto, vanno oltre le tecniche di seo che definisco anni 80, ossia inserire ovunque la parole chiave senza un reale senso e appesantendo il testo inutilmente?

Fino a qualche mese avrei risposto di no, ma dopo il bug di fine anno di Google e un paio di aggiornamenti all’algoritmo molto ravvicinati, fatti diversi test, e credo anche con l’arrivo dell’intelligenza artificiale alla massa, mi pare di aver visto finalmente qualche spiraglio di quella seo semantica di cui si parla da anni ma che mi sembrava un miraggio.

Stamattina è partita questa riflessione controllando i miei Google Alerts che, per chi non lo sapesse, è un servizio gratuito di rilevamento e notifica: in pratica dici a Google quali argomenti ti interessano e, ogni volta che ne intercetta uno, manda un’email con i link alle pagine web di riferimento.

Sfogliando le varie notizie ragionavo su come tutto il lavoro di affinamento, di studio e miglioramento degli algoritmi non può cancellare in poco tempo tutti i danni fatti finora: l’eccessiva semplificazione che ha portato alla banalizzazione di moltissimi argomenti; premiare il contenuto non migliore ma più furbo (tecnica anni 80 di cui parlavo prima), riempiendo il web di fuffa; la continua ricerca dell’argomento mainstream, da cui deriva la corsa spasmodica a scrivere per primi senza verificare fonti e fatti, amplificata all’eccesso da quello che sono i social.

E ricordiamoci che il fine è fatturare, approdiamo su pagine web piene di pubblicità: più porti utenti su quella pagina più potrai far pagare quello spazio. Ed allora vale tutto per generare quel traffico, per alzare i numeri, poco importa quale valore c’è dietro. Esattamente come i cartelloni pubblicitari per strada: non tutti i quartieri, come non tutte le linee degli autobus, costano allo stesso modo, dipende da quanto sono popolosi e utilizzati, da quante sono ricche alcune zone rispetto ad altre.

Diventa difficile riconoscere chi è realmente competente in materia da chi si vende bene ma non ha sostanza, diventa difficile trovare spazio in questo mercato, diventa facile rinunciare perché non si hanno le energie. Mi chiedo quante voci realmente autorevoli non ascolteremo mai.

C’è chi pensa che il sistema ormai sia rotto e non si possa cambiare. Io non so cosa penso.

Ci sono volte che mi sembra di lottare contro i mulini a vento: credo di essere una delle poche persone che arriva anche alla decima pagina del motore di ricerca quando, appunto, ricerca.

Ci sono altre in cui mi interrogo su come gli algoritmi siano uno strumento utilizzato in modo poco etico e molto discutibile dal capitalismo (più ci penso e meno trovo qualcosa di realmente buono nel capitalismo) e, come per ogni strumento, c’è sicuramente un altro modo di utilizzarli.

Stamattina è così, con questa riflessione che appoggio qui con la speranza di instillare un altro modo di vedere i meccanismi del web (per lo meno una parte) che molte persone ignorano e di cui invece, a mio avviso, non sarebbe male diventare più consapevoli.

Ne parlo anche sul Podcast, a volte i contenuti si sovrappongono, molto più spesso si integrano. Buon ascolto!

(Condivido link di Spotify per comodità ma puoi ascoltarmi un po’ ovunque, basta cercare “Ohibò podcast”. Tutti i dettagli li trovi alla pagina dedicata)

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