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Pomodori e felicità

Di questo argomento ne ho parlato anche su Ohibò Podcast. A volte i contenuti si sovrappongono, molto più spesso si integrano. Se preferisci ascoltare clicca qui e buon ascolto!

All’età di 27 anni (c’è stato un tempo in cui ero giovine) ho incontrato il Buddismo (per la precisione il Buddismo laico di Nichiren Daishonin) ed è indubbio che il mio modo di pensare – come detto in molte altre occasioni – è influenzato da questa pratica che porto avanti da più di 18 (decisamente la relazione più lunga che abbia mai avuto).

Il Buddismo ha cambiato il mio modo di vivere perché mi ha insegnato che la felicità è la causa non l’effetto. Un modo di pensare e agire in totale controtendenza con la società che ci circonda.

Siamo abituatə a pensare che la felicità dipende da qualcosa o da qualcunə, ci viene insegnato dai nostri genitori che lo hanno imparato a loro volta, in un circolo che si autoalimenta e, alla fine, è solo vizioso e tossico. Ci areniamo totalmente sull’idea che saremo felici con quel determinato lavoro o se troviamo la persona giusta (giusto poi è un concetto così soggettivo e per niente sensato).

Viviamo convintə che le cose andranno meglio solo dopo aver risolto i nostri problemi, come se fosse possibile arrivare ad una vita senza. In pratica viviamo in funzione di un futuro ipotetico, sulla base della convinzione che il domani sarà meglio di oggi. Ma è un’illusione.

Del futuro non c’è certezza: lo ammetto ho dovuto gugolare per scoprire che questa frase, che pensavo una citazione, è in realtà la parafrasi di una poesia di Lorenzo de’Medici, quanta saggezza già nel 1400.

Ma cosa c’entra la felicità con i pomodori?

Qualche anno fa ero al centro buddista e guidavo Daimoku (la nostra preghiera per intenderci e guidare significa che stai davanti a tuttə e dai il ritmo). Ero lì, davanti al nostro oggetto di culto (che si chiama Gohonzon), una pergamena che, al centro buddista è particolarmente grande e in stoffa, per me l’oggetto più bello del mondo ma sono di parte.

Sarà stata l’atmosfera di quella sera in quel momento ma, ad un certo punto, ho iniziato a ridere come una cretina ed è in quel momento che è nata la mia metafora sulla felicità.

Perché non serve essere tuttə buddistə (anche se a mio avviso aiuta molto a cambiare il proprio modo di pensare) e, da tempo, cercavo un modo per arrivare anche a chi non pratica. Come potevo spiegare il profondo significato dell’espressione “la felicità è la causa”?

Se vuoi raccogliere pomodori pianti semi di pomodoro, e se vuoi raccogliere felicità?

Ridevo perché mi immaginavo sporca di terra, intenta a zappare e seminare, ma sono parecchio scarsa come contadina, visto che mi fanno senso gli insetti e gli animali striscianti. Ridevo e pensavo che sarebbe bello se esistessero fisicamente semi da coltivare per far crescere la pianta della felicità.

A questo punto la mia mente un po’ demenziale è andata avanti: ammettiamolo l’espressione “pianta della felicità” ricorda molto un’altra pianta e quanto sarebbe bello fumare qualcosa che rende solo felici? (Ebbene sì, ho pensato anche a Sampei e alla canna fatta di magia. Questa è una citazione colta che la mia generazione capirà al volo.)

Potrei andare avanti con immagini surreali per sempre ma direi che il senso si è capito. Purtroppo non esistono semi di felicità nel senso fisico e, infatti, parlo di una metafora che, nella sua semplicità, trovo molto significativa per capire che cosa sia la felicità.

Ma se non esistono semi, nel senso letterale del termine, come si pianta la felicità?

Stampandoti un sorriso in faccia: poco importa se e quanto è spontaneo, se ci credi oppure no, perché il nostro cervello è un po’ scemo ma, in questo caso, è un vantaggio.

Sorridere ha effetti positivi e immediati sul corpo, indipendentemente da quanto in quel momento siamo convintə. Quando sorridi, anche in modo forzato, il cervello parte a produrre ormoni, tutto il nostro essere reagisce a quel sorriso, in modo automatico e tutto si muove in modo diverso. Non è un caso che spesso i sorrisi siano contagiosi. Provaci.

Mi capita spesso di dire a chi è in difficoltà “ok, fermati e sorridi”. E mi capita anche di ricevere risposte non replicabili in questo articolo.

A parte qualche insulto, tra le varie risposte c’è anche “non ne ho voglia”. E lo capisco, lo capisco molto bene perché essere felici è una scelta e, in quanto tale, costa impegno e fatica.

La felicità non piove dal cielo, non arriva con la macchina nuova o l’aumento di stipendio. Ovvio che raggiungere un proprio obiettivo e realizzare una vittoria personale fa piacere, ma vivere in funzione di quel qualcosa vuol dire alzare sempre di più l’asticella e il punto in cui sentirsi appagatə.

Vivere così significa essere insoddisfattə, costatentemente proiettatə verso un futuro a cui si attribuisce troppo potere e incapaci di godere del proprio presente.

La felicità è la scelta di vivere ora, in questo momento. Non è ieri, né domani, è stare profondamente connessə al proprio presente. Questo tipo di felicità è salda e va oltre ogni cosa ci succede intorno.

Sono consapevole di parlare di cose difficili, soprattutto da comprendere solo con la razionalità. Provaci.

L’ho fatto e lo rifaccio ogni volta che serve, soprattutto nei momenti più bui e duri: mi stampo un sorriso in faccia, cerco di liberare la mente e di essere presente a me stessa in quell’istante.

E ogni volta sperimento come l’energia intorno a me cambia, perché io cambio e scelgo di non rimanere chiusa nelle mie preoccupazioni e nelle mie ansie, scelgo di essere felice. Non è un raccontarsela, non è mera razionalità, la senti salire dentro, senti un’energia diversa.

Evito di parlare di argomenti che non ho sperimentato in prima persona, non parlo mai per sentito dire e non condivido per il gusto di riempire il calendario editoriale.

Nel 2015 ho avuto un esaurimento nervoso molto brutto, ho impiegato anni ad uscirne anche perché rifiutavo quanto mi stava capitando.

Già praticavo e il pensiero intrusivo del “ma come è possibile che capiti a me, pratico il Buddismo, so cosa significa felicità” non ha aiutato. Finché ho avuto la forza di smontare tutto e di approfondire ancora di più: essere felici vuol dire anche cadere, avere problemi e ammettere che le cose, in quel momento, stanno andando male.

Stamparsi un sorriso in faccia serve per usare i meccanismi del proprio corpo per uscire da un momentaccio, non a negare quello che sta accadendo. Essere felici è un modo di vivere, osservando la vita con un altro paio di occhiali sul naso, cogliendo il bello in ogni momento.

A volte basta un attimo, altre volte servono mesi (anni).

Da questo punto in poi puoi fare solo una cosa: provare in prima persona. Le parole arrivano alla razionalità, ma serve un atto di fiducia per andare oltre, non nei miei confronti ma verso la felicità stessa.

Se vuoi raccogliere pomodori pianti semi di pomodoro. Se vuoi raccogliere felicità pianti semi di felicità.

Si può fare, anche se sembra difficile. Ma difficile non è sinonimo di impossibile.

Da questa visione è nato Happy🦋, il mio diario della gratitudine, uno strumento che aiuta a praticarla attivamente e a seminare felicità. Non sto vendendo niente, perché è gratuito e lo trovi a questa pagina.

Mi fermo qui che di esempi, metafore e idee su cui riflettere (se ti va) ne ho già snocciolate parecchie.

Lo so che è un argomento molto denso e come sempre sono qui per domande, dubbi, approfondimenti, cose che ho scritto ma che forse non sono così chiare come penso. Puoi scrivermi direttamente, commentare qui sotto o raggiungermi sul Canale Telegram.

Grazie di aver letto fin qui. Buon proseguimento, buona fine, buon inizio, buona vita, buon tutto!

Grazie per il tuo tempo. Scrivo per allenarci insieme a una visione generativa, senza giudizio né performatività. Questo spazio serve a spostare lo sguardo e riconoscersi nella complessità. Se vuoi continuare a leggermi, iscriviti a Ohibò Newsletter. Senza fretta e senza fronzoli.

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