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Pensieri in libertà di un anomalo mercoledì

Fare senza affannarsi: da quando ho deciso di agire così mi sento senza aria, non in affanno, mi sento come se stessi soffocando (sensazione che conosco molto bene grazie all’asma).

Chissà se è questo che succede quando vuoi realmente trasformare, continuo ad andare controcorrente, forse sentirsi un po’ senza fiato non è una cosa così anomala.

Ho ricominciato a praticare come forse neanche all’inizio della mia conversione al Buddismo e sto smuovendo profondamente la mia vita. Se chi legge non sa niente di Buddismo e, più in generale, non ha un proprio credo, questo modo di ragionare potrebbe sembrare più un raccontarsela. Non credo sia importante, ciò che conta sono i pensieri che permettono di avanzare sulla propria strada, in direzione dei propri obiettivi, ciò che conta sono i pensieri che ci lasciano addosso la sensazione di costruire qualcosa di buono. Quando poi la vita dà anche le conferme di queste sensazioni, conta ancora meno se quello in cui crediamo è universalmente riconosciuto o meno (do per assodato: sempre nel rispetto della vita altrui).

Nel decidere di rilanciare sulla quantità di daimoku ed anche nel tipo di attività (buddista e no) che voglio fare, mi sto sfidando sui miei stessi limiti o, per dirla in modo più terra terra, sto remesciando (dialetto genovese, significa rimescolare ma come suona la parola stessa mi dà l’idea di andare in profondità) le mie stesse budella: inevitabile sentirsi un po’ spersa a volta o, come in questi giorni, nelle sabbie mobili. Ed è esattamente in questi momenti che non bisogna demordere né cambiare strada perché, al di là del risultato finale, se ci si arrende non sapremo mai dove saremmo potute e potuti arrivare.

Parlo in generale e parlo di me, di quello che sto passando: ho addosso questa sensazione costante di aver sbagliato un sacco di cose e contemporaneamente di essere esattamente dove devo essere. C’è da sentirsi un po’ fuori di testa. E scrivo perché non è facile focalizzarsi sulla consapevolezza di essere esattamente dove devo essere, non è facile per niente, non è un pensiero automatico e spesso mi chiedo se me la sto raccontando.

Alla fine credo che oggi non uscirò in bici, non uscirò affatto, ho voglia di trascorrere la giornata a fare daimoku e a leggere (cose buddiste e no). Ogni tanto lo faccio, mi dedico tempo. Sono giornate molto lente in cui lotto costantemente con il pensiero che ho un sacco di cose da fare e che sto perdendo tempo perché non sto producendo.

Se ragiono da un punto di vista della pratica, sto solo mettendo la causa più potente di tutte per trasformare la mia vita. E traducendo il tutto in modo più laico al di là di ogni religione, prendersi cura di sé non è perdere tempo, mai. Prendersi cura di sé (nella forma che più preferiamo) è, per me, il modo corretto di vivere, siamo noi ə protagonistə della nostra storia (vita), dobbiamo curarci in tutti i modi che riteniamo giusti (non solo da un punto di vista medico) e dobbiamo profondamente imparare a rallentare, smettendola di inseguire la produttività ad ogni costo (ed anche un po’ la performance).

I cellulari si scaricano, i computer su cui lavoriamo si scaricano, le batterie delle auto e delle moto si scaricano, esistono un sacco di cose nel mondo che hanno un’autonomia limitata ed hanno bisogno di ricaricarsi. Ed esistono un sacco di oggetti nel mondo che senza corrente continua non funzionano proprio.

Il nostro corpo non fa eccezione, per quello dormiamo (dovremmo dormire) per ricaricarci. E serve anche ricaricare la mente, svuotarsi di pensieri, preoccupazioni, ansie, serve rigenerarci di nuove energie. Ogni persona ha il suo modo.

La pratica e l’attività buddista fanno parte della mia quotidianità (per fortuna), sono riuscita a ritrovare una forma che mi piace e mi dà forza, mi sento molto fortunata per questo. Oggi in particolare ho bisogno di una dose di più, ho bisogno di svuotarmi ancora un po’ per essere pronta ad accogliere tutto quello che arriverà, per rigenerare le idee e i pensieri.

Condivido questi momenti con l’augurio che chi leggerà queste parole si senta autorizzatə a rallentare, fermarsi e respirare. Anche se non ne abbiamo bisogno, più o meno consapevolmente, la ricerchiamo: in un mondo che corre in ogni direzione, rallentare appare come un atto rivoluzionario e ci vuole coraggio e, ogni tanto, abbiamo proprio bisogno di non sentirci solə e smarritə.

E nonostante tutto quello che ho scritto fin qui, oggi lotterò con le mie voci interiori che mi chiedono continuamente ma cosa stai facendo, certi retaggi sono duri a morire, c’è di buono che le mie voci interiori parlano sempre meno e sono sempre più lontane. Detta così fa un po’ tso, ma i nostri giudici interiori sanno essere fin troppo presenti (e temo di non essere l’unica in questa situazione).

(Nonostante il mio uso dello schwa e l’attenzione a come declino i generi, i miei giudici sono proprio uomini, non è un caso.)

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