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Il mito dell’organizzazione

L’organizzazione è un mito, lo è l’aspirazione ad essere sempre una persona organizzata e impegnata, fa coppia con la mania collettiva di mostrarsi produttivə e performanti ad ogni costo. L’ho capito dopo la diagnosi di Adhd, l’ho capito dopo aver lottato contro me stessa per anni, essermi sentita stupida, inetta e incapace. L’ho capito dopo aver letto qualunque cosa sull’argomento, aver provato qualsiasi metodo ed aver fallito ogni volta.

Parlando di organizzazione è inevitabile sfiorarne argomenti come il capitalismo e l’epoca sociale ed economica in cui viviamo: vali se lavori, vali se produci ad ogni costo, declinato in tutte le sue varianti, sia che tu sia dipendente che autonomə, impreditrice/tore o liberə professionsita. Siamo circondatə da metodi per essere più organizzatə, per strutturare le nostre giornate in modo efficiente.

Iniziamo a chiederci: efficiente per chi?

Ultimamente mi appare spesso la pubblicità di un’app che serve a tracciare tutto quello che fai durante il giorno, dal rifare il letto a studiare: a fine giornata se hai fatto bene tutti i compiti avrai spuntato 10, 20, 30 caselline? E questo vuol dire essere organizzatə e, soprattutto, produttivə?

Lo ammetto, la produttività tossica è uno dei miei argomenti-ossessione, ci rifletto ogni mattina quando salgo in bici prima di iniziare la giornata lavorativa, la sera quando aggiorno il mio piano esecutivo. In questi giorni le domande imperanti e continue nella mia testa sono state: perché bisogna organizzarsi? Per produrre? Produrre cosa? Per chi?

Credo che la chiave sia tutto in quel per chi.

L’Adhd si presenta in molti modi differenti anche a parità di età e contesto sociale. Uno dei suoi tratti distintivi è l’incapacità di crearsi una routine e dimenticarsi di svolgere anche i compiti più basici come farsi una doccia, mangiare, ricordarsi di bere. In quest’ottica è necessario ed importante creare una routine, tenendo conto delle specifiche difficoltà.

Fino a qualche mese fa però non avevo idea di essere Adhd, o per lo meno non avevo una diagnosi ufficiale, e quando mancano le risposte chiare oscilli tra il me la sto raccontando perché sono un’incapace e il c’è qualcosa che non va in me. Vedi intorno a te persone capaci di usare un’agenda, di arrivare puntuali ai proprio appuntamenti, di cambiare programma senza andare in crisi.

Il paragone uccide l’autostima.

È inutile ma spesso inevitabile, soprattutto quando non sai come uscire da un circolo vizioso. Non è detto che quello che vedi sia effettivamente quello che è, ma il paragone è subdolo e bugiardo.

Finché lavoravo come dipendente le mie difficoltà organizzative erano ben mascherate, perché le ore lavorative era organizzate (seppur male) da un’altra persona ed io cercavo di ottimizzare quel processo, ottenendo anche buoni risultati. Però a guardarmi a distanza e da fuori non avevo una vita, il lavoro mi prosciugava ogni energia e qualsiasi altra attività piano piano ha smesso di esistere.

Tutto è esploso quando mi sono messa in proprio: non sentivo la sveglia (capita ciclicamente ed ora so perché finalmente), il lavoro mi sembrava sempre troppo rispetto a quello che potevo fare, ero incapace di dire no e accettavo ogni tipo di bicicletta, i miei orari erano considerati sballati, mi sentivo dire continuamente cosa avrei dovuto fare e come, in parte ero anche d’accordo ma non riuscivo ad attuarlo.

Qualcosa è cambiato nel momento in cui ho deciso di ascoltare solo me stessa e le mie budella.

Ho smesso di preoccuparmi di aprire tardi, era la mia attività e per farla funzionare dovevo gestirla rispettando me stessa; ho deciso di ricevere solo su appuntamento, aspetto criticato fino all’ultimo; ho imparato a dire mi spiace ho sbagliato ad accettare questo lavoro non sono in grado.

È stato in quel periodo che ho scritto La gestione del tempo: l’articolo originale è di luglio 2021, io ho aperto a dicembre 2018. È stato un percorso lungo con in mezzo uno dei periodi storici più duri mai vissuti, non solo per me bensì per tutta l’umanità. La diagnosi è arrivata solo a novembre 2022 ed ha confermato quello che faticosamente avevo capito cadendo mille altre volte.

L’unico modo per vivere bene è ascoltare sé stessə prima di ogni altra persona, situazione, impegno. Senza una profonda consapevolezza di sé si annaspa (e non solo quando si parla di organizzazione).

Per chi ci alziamo al mattino? Per chi andiamo a lavorare? Per chi cerchiamo di migliorare? Per chi pensiamo di dover essere persone più organizzate?

Se la risposta a tutte queste domande non è per me stessə, se non è rivolta verso la propria vita ma verso qualcosa di esterno (lavoro, ufficio, capə e responsabili compresi) siamo bloccatə in un circolo vizioso di produttività tossica, di quella performatività che ci fa essere molto impegnatə ma che non rende le nostre giornate felici.

Nel momento in cui hai chiaro il perché vuoi vivere in un certo modo e con un determinato ritmo, l’organizzazione viene da sé e se questa torna a mancare, ad essere faticosa, a farci sentire solo che stanchə e incapaci di guardare al bello che abbiamo, allora dobbiamo rinnovarci ancora, probabilmente siamo schiacchiatə da quella routine che faticosamente abbiamo costruito ma che non ci rappresenta più.

La vita non è statica ma cambiamento, evoluzione, crescita al di là di qualsiasi nostra resistenza.

Lo so che a questo punto del discorso arriva sempre qualcunə a controbattere che se non produci non mangi e che non tutte le persone fanno lavori che amano, che se lavori come dipendente non puoi fare quello che vuoi (se per questo neanche quando lavori in proprio) e che sono tutti bei discorsi ma poco attuabili.

E le capisco anche tutte queste opposizioni, molto bene, perché è difficile ammettere che se siamo dove siamo è per le azioni che abbiamo messo: la responsabilità di come è la nostra vita è solo nostra.

Responsabilità e colpa non sono sinonimi.

Essere responsabilə vuol dire assumere la piena consapevolezza delle scelte fatte e decidere in che direzione proseguire il proprio cammino.

Essere o meno persone organizzate è solo un tassello di un processo molto più ampio, che comprende capire il proprio punto di partenza, la propria destinazione e dove siamo adesso. Organizzarsi è rimanere nel proprio presente con i piedi ben piantati a terra (ma senza smettere di sognare in grande) e decidere che passi muovere.

Succede che il nostro passo cambi, cadenza e velocità cambiano, e possiamo scegliere direzioni diverse in ogni istante.

Leggi quello che vuoi su come diventare persone organizzate, fai corsi, compra libri, se questo pensi ti possa aiutare e poi fai di testa tua: ascoltati. Gli strumenti sono solo mezzi: un giorno puoi usare il pc, il giorno dopo un foglio di carta e quello dopo ancora entrambi.

Ciò che conta è rimanere fermə nel sentire che qualsiasi cosa stiamo facendo, qualsiasi lavoro, azione, percorso, scelta, è per noi stessə.

Se così non fosse, il cambiamento è lo strumento da utilizzare (anche se ci fa paura), non ostinarsi nel creare una rigida routine che non tiene conto delle nostre esigenze, solo per poter dire a fine giornata di aver spuntato mille caselline e fatto tante cose. Dirlo a chi? Con chi stiamo parlando realmente?

Avere una neuroatipicità come l’Adhd non cambia il senso del discorso, anzi è stata proprio questa presa di consapevolezza che mi ha aiutato ad ascoltarmi ancora di più e mi ha permesso di costruire un metodo tenendo conto delle mie difficoltà e di quali obiettivi volevo raggiungere, sempre focalizzata sul migliorare la mia vita e non per essere produttiva a prescindere.

Per chi vuoi essere una persona organizzata? È realmente un passaggio necessario per vivere la vita che vuoi? L’organizzazione non è una componente fondamentale della felicità. Lascia perdere quello che fanno le altre persone, come detto il paragone è subdolo, ascolta te stessə e traccia la tua strada. Per chi stai vivendo?

Grazie per il tuo tempo. Scrivo per allenarci insieme a una visione generativa, senza giudizio né performatività. Questo spazio serve a spostare lo sguardo e riconoscersi nella complessità. Se vuoi continuare a leggermi, iscriviti a Ohibò Newsletter. Senza fretta e senza fronzoli.

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