Vai al contenuto

Nulla capita a caso

Venerdì scorso mi sono vista con la mia migliore amica, che oltre ad essere appunto un’amica, è una business mentor ovvero affianca le libere professioniste nel loro lavoro.

Sono immersa nel mondo digitale da anni e questo non è sempre un bene, perché quando conosci meccanismi e strategie fatichi a comprendere quanto sei indietro rispetto al nuovo, inoltre lavorando da sola è difficile rimanere sempre obiettiva e distaccata soprattutto rispetto a quello che crei. Così una volta al mese facciamo una giornata full immersion in presenza, in cui affrontiamo ogni dubbio nato nelle settimane antecedenti.

Non è che non ci sentiamo nel frattempo, ma, per come sono fatta, decidere di dedicare una giornata in cui convogliare le questioni più grosse mi aiuta a non perdermi per strada ed a incanalare il mio lato produttivo. E poi è sempre una bella scusa per vederla e farci due risate.

Dopo venerdì i dubbi si sprecano, più cerchi risposte più nascono domande, ed anche questo aspetto è tutta responsabilità mia, per mia indole, incapace di prendere la risposta, metterla in tasca e fermarmi.

Uno dei dubbi più grandi riguarda la mia comunicazione social.

Ho iniziato ad usare i social per lavoro nel 2013 e dal 2017 assiduamente. Ho studiato digital marketing da autodidatta, sperimentato, sbagliato.

Ora sembrerò molto vecchia ma 7 anni fa era tutto diverso, pensare di replicare ora quello che è stato sarebbe un fallimento totale e non solo perché il digitale viaggia veloce, ma perché io non sono più la stessa.

Mi sono interrogata molto su cosa dei social non mi piace più e se abbia senso obbligarmi ad usarli.

Una strategia di comunicazione deve (dovrebbe) essere coerente e la mia coerenza mi dice di non aprirli più neanche per sbaglio. Ma la coerenza assoluta non esiste, le contraddizioni sono insite della vita (ne avevo scritto qui tanto tempo fa, sempre molto attuale).

Il concetto di compromesso mi è un po’ ostico, come quello di priorità, ma alla fine si tratta di compromessi: la misura di quanto tieni a qualcosa sta tutta nel quanto sei disposta a scendere a compromessi, questa frase me la sono detta tanto tempo fa ed è ancora estremamente valida.

Messo sul piatto tutto, anche un profilo TikTok, riaprire da zero quello Instagram (di questa scelta parlerò poi), continuavo a sentire come un fastidio: percepivo ma non identificavo quale fosse realmente il problema.

A forza di interrogarsi e mettersi in gioco le risposte arrivano sempre, possono volerci settimane, mesi e anni, ma avanzando con determinazione si arriva sempre alla propria personale meta. Ne sono convinta anche a costo di sentirmi dire che volere non è sempre potere (altro argomento su cui sto ampiamente ragionando, prima o poi ne scrivo).

E infatti ieri sera è arrivata l’illuminazione, così all’improvviso che di improvviso c’è ben poco: quante persone usano i social realmente per le altre persone? Di tutte quelle che usano questi strumenti per lavoro e dichiarano di voler creare valore, di essere lì per aiutare, quante sono realmente coerenti con quello che dicono?

Non sto dicendo che io lo sono, anche se ci provo, il mio scopo è essere online come sono offline e quando le persone me lo dicono è il più bel complimento che mi possano fare. Non sto neanche dicendo che in assoluto non ci sono persone che agiscono come me e messo sul piatto anche il concetto di diversità, ossia agiamo tutte e tutti in modo diverso, ho finalmente visualizzato il pezzo che mi mancava.

La mia idea che i social assomigliano tutti a piazze di paese dove arriva l’arrotino a urlare forte, che esiste e che può fare un sacco di cose utili, non è solo una mia percezione, è una realtà. Scorrendo il feed di Instagram è evidente: artistз che mostrano le proprie opere per venderle, coach di ogni natura e genere che vogliono aiutarti a risolvere problemi che neanche sai di avere, e potrei andare avanti per ore.

Non sto parlando di giusto e sbagliato, è naturale che da liberз professionistз ci si venda, ma è il come che mi lascia per lo meno perplessa: se tuttз urlano in piazza, chi è che ascolta?

Alla fine torno sempre al concetto di onestà intellettuale: non c’è niente di male nel fatturare, bisogna pur mangiare (non entro nel merito in questa sede di cosa penso del capitalismo e del fatturato spinto all’eccesso sulla pelle di chiunque), come detto il punto è come fare le cose, la chiave non è il mezzo ma il come lo si usa, quante volte ho sentito questa frase, così tante da dimenticarla.

Ho passato il fine settimane a leggere Fare marketing rimanendo brave persone di Morici. Ho comprato questo libro qualche anno fa, iniziato un paio di volte e mai finito. Mi è venuto in mente proprio venerdì e visto che la mia testa era una massa informe di pensieri e idee, ho pensato potesse aiutarmi a fare ordine.

Così è stato, anche se la parte etica, quella che mi interessava di più, non è stata approfondita quanto avrei voluto. Ma quando si parla di etica ci sono poche regole e molti dipende.

Ci sono cose che si possono risolvere insieme ad una guida, mentor, amica, consulente e poi c’è tutta la parte che devi per forza smazzarti da solə camminando sulle tue gambe, che è anche quello che mi insegna il buddismo: avere un maestro vuol dire avere un sogno nel cuore e rimanere in piedi sulle proprie gambe, una delle frasi mantra (non citata testualmente) che mi accompagna da anni.

Ogni volta che chiudo un pezzo ho sempre la stessa paura: si sarà capito cosa volevo dire?

Il punto non sono i social, magari neanche li usi o lo fai senza farti nessuno dei miei problemi, il punto è non ignorare le proprie sensazioni, non sminuirle, non pensare di essere sbagliatə, perché al di là dell’oggetto specifico (in questo caso i social) non puoi sapere quale viaggio meraviglioso dentro te stai per iniziare affrontando proprio quel dubbio e percorrendo quella strada. Insomma, nulla capita a caso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *