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Non guardare il singolo fotogramma ma tutto il film

Ieri è stata una giornata a dir poco massacrante: dopo una partenza tutto sommato tranquilla, ho avuto un tracollo a metà giornata e il resto l’ho passata piangendo.

C’è chi dice che sono fortunata a saper piangere, perché mi sfogo. Da piccola piangevo molto e, siccome in famiglia mi prendevano in giro, per anni mi sono imposta di non piangere, o per lo meno di non farmi vedere, tanto meno di parlarne. Ancora oggi vivo malissimo quei momenti, perché mi vorrei diversa.

Alla fine il succo di tutta la questione è proprio questo: mi vorrei diversa da come sono, fisicamente, caratterialmente. La cosa che più mi ha ferito ieri è stato rendermi conto di quanto poco mi amo, di come questo mi impedisca di praticare gratitudine e di come io sia bloccata su più fronti. Non amarmi equivale a non credere in me stessa e quando stai così non serve che qualcun’altrə ti dica che crede in te, perché la fiducia in sé stessз non puoi arrivare da fuori.

Non voglio neanche passare il tempo a psicanalizzarmi, non perché non ci creda anzi (vorrei studiare Jung: ogni cosa che leggo, in qualunque ambito, mi porta a lui), ma rischio di perdermi nei meandri della mia razionalità senza agire praticamente. Senza azione non c’è cambiamento.

Una cosa molto buona in tutto sto casino è che ho capito l’errore organizzativo commesso negli ultimi tempi ed è facilmente rimediabile: non basta che scriva genericamente cosa voglio portare a termine durante la settimana, devo segnarmi giorno per giorno esattamente quali compiti svolgere, rimanendo flessibile sugli orari ma puntuale nell’eseguire quanto ho deciso per quella giornata. Sembra ovvio ma ci ho messo un po’ a trovare il giusto compromesso tra precisione e flessibilità.

Rispetto a quello che ho scritto ieri, ho completato due compiti su tre, ho tralasciato l’attività buddista (che comunque ho anche stasera), non ero fisicamente in grado di pedalare né di concentrarmi sull’argomento della riunione.

E sono molto orgogliosa di me, perché anche se non ne avevo assolutamente voglia, prima di andare a dormire ho fatto stretching e gli esercizi con il foam roller: i miei muscoli mi odiano, vogliono muoversi, mentre li ho tenuti fermi per troppo tempo. Il foam roller non è altro che un tubo con cui si possono svolgere diversi esercizi: lo uso per sciogliere e massaggiare i muscoli.

Per anni ho solo pedalato senza preoccuparmi di altro, ho i muscoli delle gambe talmente rigidi che, non di rado, mi sveglio con dei dolori assurdi. Ho soprannominato il foam lo strumento del demonio, lì per lì il male si fa sentire ma poi arriva tutta la goduria.

Ovviamente foam e stretching sono la parte iniziale di un allenamento più lungo, che prevede attivazione, esercizi veri e propri, defaticamento: sono talmente messa male che già solo lo stretching mi uccide.

Lo scopo non è diventare chissà quale atleta, lo scopo è stare bene, rimanere in movimento: quando mi muovo, il mio cervello ragiona meglio.

La dieta ha subito una bella battuta d’arresto prima di Natale e la sto riprendendo adesso, non ritrovavo la motivazione inziale, anzi è proprio quest’ultima a frenarmi, ha perso tutta la sua potenza.

Poi l’altro giorno studiando sono inciampata in questa frase di Nichiren Daishonin (il monaco che ha fondato il Buddismo che pratico): L’aspetto, il primo dei dieci fattori, è il più importante di tutti.

Il discorso è molto complesso perché non si riferisce all’aspetto estetico di per sé, ma a come noi esprimiamo in modo coerente, anche attraverso l’aspetto fisico, chi siamo e mi sono domandata se mi piace quello che trasmetto, anche attraverso il mio aspetto. La risposta è no, altrimenti non avrei cercato una nutrizionista e una personal trainer. Come sempre poi agire è un casino, perché arrivano i pensieri autosabotanti, soprattutto quando lavori su aspetti così profondi e delicati di te stessa.

E torniamo all’inizio quando dicevo che non mi amo: è da un bel po’ che lavoro su me stessa e la sensazione è di non aver concluso niente.

In questo caso mi è venuto in aiuto Ikeda. Non ricordo la frase letterale ma in uno dei suoi discorsi fa l’esempio della risma di carta e dice più o meno così: immagina che ogni azione che compi sia un foglio di carta, di per sé la carta è sottile, allo stesso modo pensiamo che le nostre azioni siano piccole e che non portino da nessuna parte. Ogni azione segue la precedente, per continuare la nostra analogia un foglio sopra l’altro, ad un certo punto ti girerai indietro e non vedrai solo il singolo foglio di carta, ma una risma.

Il senso è che le cose non vanno mai viste singolarmente. Un po’ di tempo fa avevo coniato l’espressione: non guardare il singolo fotogramma, ma tutto il film, prima di esprimere un qualsiasi giudizio.

Lo sto scrivendo per me, lo sto scrivendo per chiunque passi di qui.

Ieri ho riletto un po’ di vecchi post per capire quali argomenti aveva senso riprendere: lì per lì mi sono sentita noiosa, alla fine parlo sempre delle stesse difficoltà, molte sono ancora irrisolte. Stamattina mi chiedo se (non sono convinta ovviamente), più che pensare che sono noiosa e incapace, sarebbe il caso di pensare che sono perseverante e testarda: in fondo sono ancora qui determinata a migliorare la mia vita e, di conseguenza, anche il mio ambiente (altro principio buddista). Come al solito non ho risposte, inizio a credere che la domanda di ieri non abbia senso, sto guardando un fotogramma e non tutto il film? Vediamo alla fine della settimana, mancano ancora cinque giorni.

Per oggi ho previsto di partecipare all’attività buddista prevista e completare alcuni compiti noiosi che mi intasano il cervello. A domani!

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