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Nessuna causa è persa

Ho passato la mattinata a girare intorno alla tastiera, facendo mille cose senza concludere nulla di realmente significativo. Da giorni penso che mi devo rimettere a scrivere: mi sono interrotta verso Natale e non ho più ripreso, il tempo passa, le cose di cui vorrei parlare aumentano e sono bloccata nel mio (purtroppo solito) limbo senza sapere bene da dove ricominciare.

Sono indietro con La Bullet e credo di essere stata colpita dalla maledizione del podcast, ogni volta che ricomincio vengo interrotta bruscamente. Nel non sapere bene da dove riprendere il filo, ho provato dal riscrivere completamente il progetto di questo Blog e di tutto l’universo connesso: non mi piaceva così tanto qualcosa dai primi tempi de La Ciclista Ignorante.

Ne parlo ancora, ne parlerò sempre. Chi crede che parlare del passato significhi essere pentitə o avere rimpianti, per come la vedo io, ha una visione un po’ limitata: parlo spesso del mio passato, anche di molto anteriore la ciclofficina, e non perché io voglia tornare indietro, ho solo dei bei ricordi.

Ho impiegato giorni per scrivere il nuovo progetto, per fare conti, per capire su cosa puntare. Se c’è una cosa veramente complicata per un cervello Adhd è proprio quello di stabilire le priorità ed ogni volta che lo dico ricevo risposte del tipo mica solo tu. E quando racconto delle difficoltà di questo stop forzato mi sento dire che sono esagerata, che la ripresa è difficile per tuttз e varie altre considerazioni generaliste e un po’ qualunquiste.

Continuo a pensare alla famosa frase Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre. attribuita a diversi personaggi tra cui Platone.

Il perché una frase così bella non possa averla realmente detta Mazzacurati mi sfugge: quando un aforisma è particolarmente significativo bisogna sempre attribuirlo ad una firma altisonante, ma sto divagando e, inoltre, non trovo bella questa frase, la trovo giudicante.

Ogni persona che incontri merita rispetto a prescindere, l’idea che dobbiamo conoscerne le battaglie e, in senso lato, il contesto, da dove viene, cosa sta passando, per decidere se merita la nostra gentilezza è un atteggiamento giudicante e, dal mio personalissimo punto di vista, svilente.

Questa riflessione è nata e cresce ad ogni nuova spiegazione su quanto impatta una brusca interruzione (come quella che ho passato a Natale) sulla vita di una persona Adhd ed ogni volta arriva prepotente anche la domanda ma perché mi sto spiegando. E qui nasce il conflitto.

Da un lato credo fermamente che non esistano cause perse, che ogni dialogo può produrre dei frutti, anche quello con la persona più chiusa, ostinata e sorda. Non abbiamo idea di quanto possano arrivare in profondità le nostre parole, ci fermiamo all’effetto immediato dimenticando che le parole sono come le piante: quando decidi di piantare un seme sai già che ci vorrà tempo prima che germogli e lo stesso vale per il dialogo.

Se stai pensando che ci sono anche semi che non germogliano mai, non posso negare l’evidenza: di certo però se non ci provi non lo saprai mai.

Dall’altro lato, inevitabile e prepotente, con la stessa violenza e forza di un pugno allo stomaco, mi chiedo perché sviliamo le vite altrui dando aria alla bocca senza riflettere.

Alla fine torno sempre lì, a quanto sono importanti le parole, a come possono ferire o far sentire sollevatз e a quanto sia necessario dosarle attentamente al di là della confidenza esistente tra due persone. C’è differenza tra il liquidare tutto con un come sei esagerata oppure con un aspetta un attimo non ho capito perché questa cosa ti ha sconvolto così.

La differenza fondamentale che salta subito agli occhi è dove ricade la responsabilità: nel primo caso verso l’altra persona, nel secondo verso sé stessз. Puntare il dito verso chi si ha di fronte crea giudizio, distacco e può generare senso di colpa; prendersi la responsabilità in prima persona fa sentire l’altrə compresə, accoltə, nessunə si pone su un ipotetico piedistallo guardando chi ha davanti dall’alto in basso.

C’è decisamente molto da approfondire ma non perché io voglia diventare una guru della comunicazione assertiva (termine che non sopporto sinceramente), piuttosto credo che alla base di qualsiasi tipo di comunicazione dovrebbe esserci il rispetto e per rispettare bisogna accogliere, riconoscere e decostruire i propri pregiudizi.

Non sopporto tutto il business sulla comunicazione assertiva proprio per questo motivo: non dovrebbe essere materia per poche persone ma il punto di partenza per realizzare una società diversa.

Sono sul divano, da che ho cominciato a scrivere questo pezzo mi sono spostata qui dalla scrivania, ho iniziato con il caffè di metà mattina e lo sto finendo che digerisco il pranzo. La gatta mi distrae, vorrebbe venire in braccio al posto del pc e come sempre ho addosso la sensazione di girare intorno alle cose senza centrare il punto, che è proprio la comunicazione e, in particolare, il rischio di banalizzazione.

Mi domando se ha senso riprendere gli articoli sull’Adhd, ora è diventata una moda, in poco più di un anno la nuova gallina dalle uova d’oro (o quasi) è l’Adhd nell’adulto, ne parla chiunque e spesso male, anche chi la vive sulla propria pelle.

Mi chiedo se il problema sia proprio il mezzo, ossia il web e i social: se la necessità di attirare l’attenzione in pochi secondi non porti ad un’eccessiva esemplificazione dei concetti, fino a banalizzarli. Perché essere Adhd non vuol dire solo procrastinare, non riuscire ad organizzarsi ed essere un po’ svampitə, raccontata così è inevitabile che le persone rispondano allora lo sono anche io. Una qualsiasi malattia, se psichiatrica e psicologica in particolar modo, non va raccontata solo attraverso i sintomi, ma quanto quegli stessi sintomi impattano sulla vita della persona interessata.

Ho smesso di scriverne perché credevo di non aver più nulla da dire, ma forse dovrei credere di più in quello che ho scritto poco sopra: nessuna causa è persa.

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