Oggi è il 27 maggio e sono esattamente 19 anni che ho ricevuto il Gohonzon.
Sarebbero stati anche 4 anni di matrimonio, già, in un eccesso di zelo ho unito le date e devo dire che, con il senno di poi, non sono affatto pentita, anche perché la ricorrenza più importante rimane la prima.
C’è stato un periodo in cui festeggiavo questa data insieme ad altrə compagnə di fede, con sfide di Daimoku e pranzi in compagnia, ma da qualche anno sono diventata più solitaria. Anzi stamattina ero in ritardo ed ho giusto fatto Gongyo.
Diciannove inizia ad essere un numero interessante, anche se non si smette mai di avanzare e approfondire. Se smetti, a mio avviso, significa che non stai praticando correttamente.
La separazione e tutto il dolore che è emerso hanno diversi lati positivi. Non esiste un evento completamente negativo o positivo, il Buddismo mi ha insegnato proprio la non dualità delle cose, ma torniamo al punto che mi sto già perdendo.
Dicevo che tutta la sofferenza di questi ultimi mesi hanno in sé un grande beneficio: ho approfondito la mia fede come non facevo da tanto. Parlare di fede è sempre difficile.
Continuiamo a confondere fede con religione ed associamo a quest’ultima fanatismi vari, se poi si parla di Buddismo inizia la solita solfa del “il Buddismo non è una religione ma una filosofia”.
Il Buddismo mi ha insegnato proprio la non dualità e smettere di dividere tutto in bianco e nero: una religione e una filosofia possono coesistere. E la religione non è necessariamente un insieme di dogmi da imparare a memoria e applicare pedissequamente..
Già, in 19 anni ne ho sentite di ogni, ne ho vissute altrettante, ci sono giorni che ne ho voglia e provo a spiegarmi altre che applico l’antico (ma neanche troppo) adagio “annuisci e sostituisci”.
Le uniche situazioni in cui faccio ancora molta fatica è quando vengo attaccata direttamente per la mia fede. È capitato di recente e di fronte a tanta arroganza mista a superficialità rimango sempre basita. Perché attaccare qualcunə per la sua fede quando non rompe le scatole a nessunə? Un po’ come quando iniziano a dire cose, quasi sempre non richieste, sulla mia scelta di essere vegetariana.
Perché ci sentiamo sempre in diritto di dare aria alla bocca? Parlo alla prima plurale ma, spero, di aver imparato a mordermi la lingua per tempo e di essere fuori da certe dinamiche. La sensazione, del tutto personale, è che le persone siano subito pronte a commentare cosa fanno ə altrə piuttosto che guardare sé stesse.
Non volevo diventare polemica, in realtà sono molto arrugginita, è troppo che non scrivo. La testa vaga, come al solito si chiede se abbia senso pubblicare e pensa anche che tra poco devo uscire e che forse dovrei riscrivere da capo dopo la psicologa.
A gennaio scorso mi sono decisa e sono tornata in psicoterapia. Dopo le poco piacevoli esperienze passate ero molto titubante ma sentivo che avevo bisogno di un aiuto. I motivi non erano strettamente legati al matrimonio, eppure la tempistica è stata perfetta.
Ogni volta però mi sembra che il tempo in seduta vada troppo veloce, ho un casino costante nella testa (Adhd docet?), come ora, in cui volevo scrivere un articolo per festeggiare i miei 19 anni di pratica ed è uscito altro.
Farò un esperimento: lascio tutto in bozza e lo rileggo dopo la seduta e vediamo cosa succede. Nel frattempo ho deciso che mi merito un altro caffè (forse dovrei smetterla di usare il verbo “meritare”).
Sono uscita, tornata, ho pranzato e nel mentre mi sono guardata un pezzo di Zelig On, la testa non parte (mi sono appena ricordata di non aver preso la terapia per l’Adhd) e mi sono riletta. Ho appena corretto qualche forma verbale, continuo a pensare che non abbiamo molto senso, ma questo Blog esiste a prescindere da qualsiasi obiettivo.
Nell’ultimo periodo sono stata molto in crisi: perché scrivere se nessunə mi legge (non è vero ovviamente, ma quando sei in crisi vedi tutto nero)? Ho rimesso in discussione le mie scelte editoriali ma anche le mie strategie di marketing e comunicazioni. Decidere di utilizzare social non mainstream, stare molto lontano dalle dinamiche (tossiche) di Instagram, sta salvando la mia salute mentale ma non aiuta in un mondo iperconnesso come quello in cui viviamo.
Sono stata molto in crisi, ma alla fine sono sempre qui. Mi sono anche chiesta a cosa servono le crisi stesse e come trarne qualcosa che vada oltre le semplice pippe mentali.
Mi sono risposta che una crisi serve a farci evolvere, che la vittoria non sta nel risolvere il problema di per sé ma nel crescere come persone e esseri umani.
Ho portato avanti la pratica per 19 anni perché non mi sai mai detta che sarebbe stato per sempre, ma ho scelto di affrontare un giorno alla volta. Ho smesso subito di caricare di aspettativa un percorso così intimo e personale, cosa che non sono riuscita mai a fare fino in fondo in altri ambiti della mia vita.
E se la vera vittoria fosse vivere esattamente il momento in cui siamo?
Sento mille voci nella testa, tra tutte la mia giudice interiora che ride, affermando che me la voglio raccontare, che ho delle responsabilità e degli impegni da rispettare. E ancora una volta penso che una cosa non esclude l’altra: chi l’ha detto che rimanere ancoratə al proprio presente voglia dire evitare di rispettare impegni e riflettere sulle azioni future. In fondo è proprio con le azioni che mettiamo adesso che stiamo costruendo il nostro futuro.
Mi piacerebbe concludere questo articolo con “diciannove anni di pratica e non sentirli” ed invece li sento tutti. Sento ogni caduta, ma ancora di più ogni volta che mi sono rialzata. Sento ogni dubbio e, ancor di più, ogni volta che l’ho superato. Sento ogni attimo e ne sono infinitamente grata. Mi ha insegnato che avere contraddizioni è umano, che sentirsi a terra è umano, che da solə non si va da nessuna parte e quanto è importante avere un maestro nella vita che ti indica la strada quando l’hai persa.
Mi ha insegnato che avere una direzione significa anche cambiare strada quando serve e che un obiettivo irrealizzato non è un fallimento, ma una possibilità.
Sono una persona fortunata e felice, grata al di là di ogni dolore. Tutto è impermanente ed ogni attimo va vissuto appieno.
Ora punto al 27 maggio 2027, mancano esattamente 365 giorni: per i miei 20 anni di pratica voglio portare una vittoria assoluta al mio maestro. Ora mentre scrivo sembra impossibile ma, se c’è una cosa che ho imparato in questi primi 19 anni, è mantenere la direzione perché qualsiasi cosa succederà sarà quella giusta. Questa è la fede: credere che nulla è a caso e che da ogni situazione si può imparare e che dentro abbiamo tutte le risorse necessarie per avanzare con gioia.
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