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Darsi tempo

Ho ceduto a Threads (N. d. A.: disattivato dopo neanche 6 mesi, ormai i social non fanno più per me), l’argomento del giorno, in Italia sicuramente, probabilmente anche in Europa.

Ho amato Twitter follemente, ho nostalgia di quello che era prima di Musk e ancora prima quando non c’erano twitstar e cricche varie, dinamiche che si sono rivelate fisiologiche nel tempo per qualsiasi tipo di social, in fondo sono uno spaccato (per me amplificato al peggio) della società.

Per essere una che non vorrebbe più usare i social la contraddizione è prepotentemente dentro di me ed anche controcorrente: vorrei funzionasse Substack che, mi pare di capire, in Italia non ha successo come social e temo che presto cederà a meccanismi (=algoritmi) più mainstream.

Ieri è stata una giornata pesantissima, emotivamente e fisicamente, non ero preparata. Rientrata a casa in tarda mattina sono riuscita solo che a sdraiarmi. Non mi piace stare così, sentirmi inconcludente anche se so bene che questo modo di pensare è frutto di quella produttività, che definisco tossica, in cui siamo immersз.

Alcuni pregiudizi sono così interiorizzati che io stessa penso di non aver concluso nulla, senza analizzare il contesto, senza darmi il tempo per stare con me stessa, per metabolizzare quanto accaduto e ricaricare le batterie.

Darsi tempo è diventato un lusso che poche persone possono permettersi, fermarsi è per moltз sinonimo di non aver voglia di fare. Mi chiedo se questo modo di ragionare è la diretta conseguenza della paura di guardarsi dentro, perché stare con sé stessз è un lavoro difficile che molte persone evitano in ogni modo possibile.

Mi sento fortunata e sono orgogliosa del percorso fatto fin qui, non c’è un punto di arrivo, non esiste un percorso di crescita personale che giunga mai veramente ad una meta: la vita è continuo divenire, cambiamento, dinamicità.

L’essere immersa in questo modo di vedere mi permette anche di attuare quanto mi serve per affrontare certi momenti, come ad esempio scrivere, ed essere sempre più veloce nell’elaborare per trarre qualcosa di buono, che mi aiuti a superare le crisi, grandi e piccole, per godere appieno la vita di ogni giorno.

Parlare di velocità mi mette sempre un po’ a disagio, perché non si tratta di essere più veloce in relazione a qualcun’altrə o a qualcos’altro, non è performance, è in relazione a sé stessз e al proprio benessere personale.

Mi conosco abbastanza da sapere che non mi fa bene stare immersa per troppo nel malumore e nella tristezza, c’è un tempo fisiologico in cui stare in quei sentimenti e poi c’è quello in cui reagire, ed è tutto armonico quando si è connessз con la parte più profonda di sé: non servono orologi e calendari, sai quanto puoi stare in quel flusso e quando arriva il momento di scrollarsi di dosso sentimenti e paure.

Il perché io scriva di robe così difficili con l’ansia di sembrare sempre più una guru new age stile anni ‘60 mi sfugge. Forse ho un pregiudizio verso le guru new age, in generale з guru mi fanno paura, mi danno l’idea di setta, di chiusura, esattamente l’opposto di quello che cerco di ottenere condividendo pensieri come quelli di oggi.

(Proprio mentre scrivo questo post la mia migliore amica mi ha ricordato che sono praticamente Frankie di Grace e Frankie, se non hai visto la serie, oltre a perderti una gran bella serie, non puoi cogliere la potenza di questa citazione. Ma se l’hai vista spero tu stia ridendo di gusto, perché ha ragione, sono un po’ – tanto – Frankie.)

Ogni qualvolta mi incarto nello scrivere di certi malesseri e giornate storte, mi torna in mente chi all’inizio della mia carriera sul web mi ripeteva che le persone non vogliono leggere cose tristi, vogliono divertirsi, desiderano argomenti leggeri e comunque sempre storie a lieto fine.

La tendenza si è un po’ invertita e con il pretesto dell’autenticità si è scivolato sempre più nella pornografia del dolore, perché si è capito che fa vendere come il divertimento. Rimanere in equilibro tra questi due poli è, appunto, attività da equilibrista: i miei recenti tentativi in bici sui rulli liberi mi hanno dimostrato che i miei (muscoli) stabilizzatori non stabilizzano granché e il mio equilibrio non è messo benissimo, chissà se con le parole funziono meglio.

Pornografia del dolore sarebbe raccontare per filo e per segno, in modo morboso, quanto mi è accaduto, se ho pianto, perché, come mi sento con particolare focus sui sentimenti negativi (lo scrivo in corsivo perché non credo nei sentimenti positivi e negativi, ma che tutto possa essere illuminato).

Scrivo per incoraggiare e per farlo sono dell’idea che non ci possano essere troppe sovrastrutture, che raccontare solo il bello e le cose che vanno bene non è incoraggiante ma, a tratti, demotivante, rischia di far sentire sbagliate le persone che si sentono sole, giù di morale, che in dati momenti non sanno come reagire.

Quindi non è importante sapere i dettagli, ma lo è sapere che ogni persona ha i propri limiti, preoccupazioni, che non esistono eroine e super eroi, piuttosto c’è chi è più portatə a reagire e chi meno, ma tutto si impara.

Come vedi, scrivo tanto e sono felice perché sto riuscendo nello scrivere tutti i giorni, lo trovo catartico, immersivo e liberatorio. Ho anche ripreso a scarabocchiare (l’immagine in alto è un mio disegno), anche quella è una bella esperienza, di cui sicuramente scriverò.

Il mio modo di scrivere è sempre più stile flusso di coscienza ed il pensiero è subito a Joyce, magari è arrivato il momento di leggere Ulisse, ci ho provato anni fa, invano.

Chiudo appoggiando qui un ultimo pensiero: non credo proprio di essere all’altezza di Joyce, ho sempre il timore che il discorso risulti eccessivamente spezzettato, il mio cervello Adhd passa naturalmente da un argomento all’altro e non sempre mi ricordo che non è il modo consueto di pensare. Mi auguro che in questo marasma di parole tu abbia trovato la tua ispirazione.

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