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Dare il massimo

Mi ero ripromessa di non saltare neanche un giorno, ma ieri è stata una giornata densa di cose da fare e alla sera ero solo stanca, di quella stanchezza bella, quella che ti fa sentire a posto con te stessə perché hai dato il massimo, per come potevi, anche se non hai fatto tutto.

Il concetto di dare il massimo è molto controverso, come quello di volere è potere ed oggi condivido un po’ di riflessioni nate proprio in questi giorni (pedalare come scrivere è per me sempre molto cartartico).

Ad inizio settimana ho deciso di dedicarmi ad un obiettivo ben preciso, che non vuol dire tralasciare tutto il resto, sia chiaro. L’ho dichiarato qui sul Blog, perché scrivere e condividere mi aiuta a focalizzare l’attenzione e perché, a quello che vedo dal mio piccolissimo punto di vista, quello che sto affrontando è comune a molte persone.

Rispetto a lunedì mi sento molto più forte e determinata, a dimostrazione del fatto che scrivere fa bene all’anima, come anche decidere di affrontare le cose di petto: spesso ce la conigliamo, la paura costruisce demoni che crediamo reali e non ci sentiamo di affrontare, ma in realtà niente è quasi mai come ce lo aspettiamo, la mente inganna e la razionalità non sempre è attendibile.

C’è una parte di noi stessз che spesso non ascoltiamo, perché non ha una forma, non sappiamo esattamente da dove arriva; alcune persone lo chiamano istinto, altre intuito oppure sesto senso, c’è chi dice che sia il cuore a guidarci, io amo pensare che invece siano le budella e in particolare l’intestino, anche detto il secondo cervello.

Se mi fermo un attimo a riflettere su come è fatto il corpo umano, per quel poco che lo conosco, mi ricordo che abbiamo neuroni anche nell’intestino (da qui la definizione di secondo cervello) e nel cuore, a dimostrazione che tutto il nostro corpo pensa, non solo la testa.

Non è che la forza che sento oggi mi sia arrivata per magia dal cielo, è l’effetto della scelta di guardare in faccia quello che non andava, che tra l’altro è il mio demone più grande: quanto pesa nella mia vita il giudizio altrui.

Quel giudizio che io sento arrivare dall’esterno, è quello che prima di tutto ho verso me stessa: un’affermazione tanto banale quanto importante da ripetere.

Quel giudizio si frappone tra me e le mie budella, la mia parte più intima, quella che Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono con i lupi definisce la donna selvaggia, la parte più primitiva, istintuale che possediamo, quella parte di noi che passiamo la vita a zittire.

E se mentre leggi stai pensando parla un po’ per te, forse ho toccato un nervo scoperto.

Tra noi e il nostro istinto c’è di mezzo la società moderna, quella che ti ricorda costantemente che devi produrre e spendere, andare a lavorare tornare a casa e spendere per vivere, spendere per apparire e, neanche troppo di rado, spendere per sopravvivere.

Siamo talmente concentratз nello stare a ritmo con l’esterno che smettiamo di ascoltare il nostro ritmo: ogni qualvolta che mi capita sto male, ogni volta che ascolto più l’esterno dell’interno sto male, quando ascolto solo me stessa chiudendo il mondo fuori sto male. Non è solo questione di equilibrio, ma di armonia e di ritmo, è la sottile differenza che intercorre tra un equilibrista sul filo e una ballerina che danza.

L’espressione dare il massimo può essere facilmente fraintesa se si pensa al massimo come qualcosa imposto dall’esterno, ma solo noi possiamo dirci cosa rappresenta il massimo nella nostra quotidianità e non permettere ad altre persone di giudicarci.

C’è una specie di gara là fuori a chi è il migliore, sulla base di quanto produce, quanto guadagna, quantз figlз ha, etc… non ne faccio una questione di genere, le pressioni sono diverse ma ci sono da entrambe le parti, e spesso sanno essere così schiaccianti da dimenticarci di ascoltarci, da annullarci e se provi a tirare su la testa spesso ti senti diversə e sbagliatə, a pensare fuori dal coro ci si sente solə.

Così mi sentivo lunedì quando ho parlato di demoni e pensieri autosabontanti e so perfettamente che succederà di nuovo, perché la vita è ciclica e non arrivi mai ad un punto in cui hai capito e basta, da certe strade ci ripassi, tante volte, ma ogni volta è un’esperienza nuova, diversa e il tempo in cui ti senti solə diminuisce.

Non si annulla mai, perché alla fine camminiamo sulle nostre gambe e nessun’altrə può fare al posto nostro, ma tutto si ridimensiona e prende nuova forma e luce.

Dare il massimo è un concetto soggettivo, non è una gara a chi è migliore, è un confronto onesto con sé stessə per il quale serve consapevolezza e coraggio, ne serve tanto per guardarsi dentro.

Anche volere è potere è un concetto molto controverso, di cui ho letto tutto e il contrario di tutto.

Se veramente volere è potere, voglio imparare a volare, mi lancio da un palazzo e mi crescono le ali perché lo voglio? L’ho sentita veramente e mi è rimasta molto impressa. Ed ho anche sentito chi accusava з detrattori/trici di volere è potere di pigrizia: era più facile smontare il modo di dire che darsi da fare.

La verità è nel mezzo e soprattutto non si può prendere una frase senza contestualizzarla, non si può discutere di un qualsiasi concetto senza spiegarne il contorno, in questo modo non si fa altro che generalizzare senza creare alcun valore.

Personalmente credo nel volere è potere e quando ne ho parlato/scritto in termini completamente opposti (contenuti non più online) non ero nello stato d’animo giusto e vedevo tutto nero. Con questo non voglio dire che chi non ci crede è per forza una persona depressa o pessimista, intendo piuttosto che bisognerebbe sempre cercare di guardare le cose nel modo più oggettivo possibile. E per farlo serve un contesto, sempre.

Non ti crescono le ali solo perché lo vuoi, perché non ha alcuna base scientifica e biologica un’idea del genere, ma se vuoi puoi sviluppare il modo per nutrire e far crescere la tua forza. Si potrebbe parafrasare la frase con un’espressione più ampia tipo voler trovare la strada per farcela alimenta il potere di farcela.

So che questo tipo di discorsi dà adito a mille altri dubbi, tra cui quanto influisce il contesto sociale e la propria condizione privilegiata: gli stessi su cui io stessa ho ragionato a lungo cercando anche di osservare onestamente i miei pregiudizi interiorizzati e nascosti.

L’errore è trovare una risposta generale per situazioni particolari: nessuna persona dotata di onestà intellettuale negherebbe l’esistenza delle differenze sociali, che non tuttз partiamo dallo stesso punto, che in alcuni ambiti non basta volerlo, ma rimango convinta che ogni aspetto possa essere osservato sotto la lente del valore o della tossicità, ogni cosa si può polarizzare, ma la verità sta sempre nel mezzo.

Anche la produttività tossica, di cui tanto parlo, può essere vista sotto tutt’altra lente.

Sono quasi alla fine di questi sette giorni di sfida ed ancora una volta il viaggio è più sorprendente che mai, mi stupisco sempre quanto valore siamo in grado di creare nella nostra vita, in fondo basta volerlo.

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