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Capire i meccanismi

La settimana non è ancora finita, ma posso affermare di aver trovato la mia risposta. Per chi passasse di qua solo ora il quesito è: sto agendo come penso di dover fare o mi sto facendo trascinare da idee e consigli altrui?

La risposta è sempre quella più semplice: se mi sto ponendo il problema è perché in realtà ce l’ho davanti ai miei occhi ma ho paura di vederlo. Ricordiamoci che semplice non è sinonimo di facile.

A tutte queste considerazioni va aggiunta l’Adhd, che ho nominato velatamente fino ad oggi senza approfondire più di tanto: l’idea è aggiornare e ripubblicare quanto già scritto in una serie dedicata.

Ma già che ci siamo è importante sottolineare come l’ipersensibilità e, in senso lato, l’incapacità di distinguere una critica oggettiva da una sul proprio valore personale, è un sintomo dell’Adhd. La mia spiegazione come sempre è semplificata e, come tale, può contenere imprecisioni.

Per intenderci e scendere sul pratico: ogni qualvolta ricevo un’osservazione sul mio lavoro, devo ricordarmi che non è una critica al mio valore come essere umano. E se può capitare anche in persone neurotipiche, in una neuroatipica è ancora più difficile e non è detto che ci si riesca, non senza passare da giornate (settimane, mesi, se non peggio) nel cercare di ricostruire tutto il percorso analizzando molto bene quello che è stato detto.

Non è un’esagerazione, sto raccontando cosa succede nella mia testa.

Inoltre bisogna considerare che non funzioniamo solo a livello celebrale quindi, anche ammesso che razionalmente troviamo una quadra, anche il resto del corpo deve allinearsi e l’ipersensibilità può avere anche altri effetti, a seconda di quanto si somatizza a livello fisico.

E se mentre leggi ti sembra un vero e proprio casino, sappi che non stai sbagliando.

Come detto circa un miliardo di volte (e non credo smetterò mai), ricevere la diagnosi, anche se da adulta (a quaranta e passa anni suonati), è stato fondamentale per dare una svolta alla mia vita: ho compreso profondamente come funziona il mio cervello, il perché di certe difficoltà, questa perenne sensazione di sentirmi diversa e fuori dal mondo. Ma comprendere non ti rende immune, solo più veloce a reagire (ammesso che lo si voglia fare, è una scelta soggettiva e personale).

Ogni volta che mi chiedo se mi sto facendo trascinare dal giudizio altrui è perché ci sono proprio in mezzo ma, cosa ancora più difficile da vedere e affrontare, mi sto facendo trascinare dal mio giudice interiore, quello che parla più di me e che ripete costantemente che non sto facendo abbastanza.

A questo punto ci sono due aspetti a mio avviso da analizzare (si sente che sono cervellotica?): da un lato bisogna accettare che certi problemi non si risolvono definitivamente e dall’altro che vanno scorporati in parti più piccole perché l’origine non è mai solo interiore o esteriore.

Mi spiego meglio e torno al mio esempio concreto.

Per indole e biologia patisco il giudizio altrui, temo sempre che sia una critica alla mia persona e al mio valore: questo è un fatto che non cambia, ma che posso imparare a gestire e, come dicevo prima, diventare sempre più veloce ad individuarlo ed affrontarlo. Pensare di risolverlo per sempre non farebbe che aumentare la frustrazione ogni qualvolta mi si ripresenta davanti, come di fatto è già accaduto.

Non è mera rassegnazione, è consapevolezza. Se fossi rassegnata non mi farei domande, subirei e basta, ed invece sono qui che cerco un modo per migliorare la mia vita.

Quando parlo di scorporare il problema intendo osservarlo da tutti i punti di vista possibili, andando al di là del proprio modo di pensare e soprattutto ricordandoci che come viviamo, reagiamo, subiamo, è l’effetto di come siamo statз cresciuti ed educatз, consapevoli o meno che sia così.

Il proprio carattere e modo di pensare non sono solo il frutto della biologia, ma anche dell’ambiente familiare e sociale in cui siamo cresciutз: così si forma il proprio giudice interiore, capace a prendere la parte più severa e critica di tutto quello che ci circonda, a partire dai genitori fino aз insegnanti e amicз. Soprattutto quando siamo piccolз siamo spugne ed è lì che nasce e cresce il proprio giudice interiore che, purtroppo, non ci insegnano a tenere a bada (parlo per la mia generazione augurandomi che le cose siano un po’ migliorate).

Quando poi ci approcciamo nel mondo oltre gli anni scolastici, aver ricevuto un’educazione emotiva diventa un tassello importante, se manca il nuovo ambiente darà molto da mangiare al nostro giudice interiore. Più cresci più le richieste verso quello che sei o dovresti essere, secondo la società, aumentano e, nel peggiore dei casi, non sei più in grado di distinguere ciò che vuoi da quello che ci si aspetta da te.

Se tutto questo processo è già difficile per una persona neurotipica, è facilmente immaginabile come su un cervello Adhd sia ancora peggio. Non è una questione di vittimismo, ma di consapevolezza: sottolineare il mio essere Adhd diventa un mezzo per ricordarmi come funziono e quanto influisce la biologia, è un modo per non dare da mangiare al mio giudice interiore, sempre presente e molto ingordo. In pratica è uno dei miei espedienti personali per non perdere la direzione.

Ed è proprio in questo approccio che ho trovato la mia personale soluzione: capire i meccanismi mi aiuta a ridimensionare, il problema che ho davanti non è più un mostro ingestibile e insondabile: come fare una lastra o un’eco, una foto dell’interno, tutto assume forma e concretezza.

Non è possibile dare soluzioni universali a questioni così personali (se sei dotatə di onestà intellettuale… si sente la velata critica?!?) perché l’indole incide molto sul modo di reagire agli eventi della vita: io sono una combattiva, che crede nel costante miglioramento personale, non concepisco fermarmi né rassegnarmi, questo è già un buon punto per ripartire ed affrontare quello che non piace.

Ma ci sono, ovviamente, persone molto diverse da me, che hanno bisogno di più tempo e altri modi. Alla fine torniamo sempre lì, alla consapevolezza personale: quanto ci conosciamo, è il grosso del lavoro da cui partire per darsi delle regole.

Ad esempio ultimamente mi sono data la regola delle 12 ore: non rimugino per più di 12 ore su una cosa che mi ha fatto male o arrabbiare, se sono triste e piango mi do 12 ore per riprendermi, in sintesi è il tempo oltre il quale devo in qualche modo reagire.

È una forzatura? Ovviamente, ma per uscire da una situazione nera non si può aspettare di sentirlo spontaneamente: ricordiamoci che il cervello va in autoconservazione e punta sempre al minimo sforzo, seguire cosa ci dice in certi momenti non è affatto utile.

Nello specifico di quello che è il mio problema, ossia mettermi totalmente in discussione a prescindere ho da tempo adottato la tecnica di scrivere e condividere online come se fosse un allentamento continuo a distinguere il commento a quello specifico testo da un’eventuale critica personale. La parte che invece sento di dover migliorare riguarda i rapporti interpersonali più stretti, dove c’è confidenza e i limiti sono sempre molto labili: uso tantissima razionalità, mi ricordo chi sta parlando, l’intento che muove quelle azioni e, comunque, in ultima (ma non ultima) istanza do sempre retta al mio istinto che non sbaglia mai. Per quello parlo sempre di consapevolezza.

Rispetto a lunedì mi sento stanca, soddisfatta e soprattutto grata. So che non devo adagiarmi sugli allori ma rimanere concentrata sul da farsi. Grazie a questa piccola sfida personale ho anche avuto la mia epifania sulla ciclicità delle stagioni, su come queste influenzano la nostra vita, su come mi spengo verso metà novembre e mi risveglio a metà febbraio, su quanto realmente vorrei andare in letargo anche se amo il freddo. Sembra un discorso separato ma è tutto collegato: non riuscire a rendere come vorrei dà sempre da mangiare al mio giudice interiore.

Non ho più elencato il dettaglio delle cose da fare: prima dicevo che sono soddisfatta perché sono riuscita a portare a termine tutti i compiti importanti prefissati per la settimana, ho sacrificato un po’ La Bullet, più in generale i lavori di grafica, confido che aver ripreso a pedalare (di questo ne parlo prossimi giorni sto mettendo a fuoco il tutto) e il weekend di sole mi ispireranno.

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