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Ventisette maggio duemilasette

  • Buddismo
  • 11 min read

Ho scritto questa esperienza il 17 marzo 2020, primo lockdown, inizio del delirio. Ricordo i dubbi e l’incertezza come ricordo il tentativo di reagire con ogni mezzo possibile. Per indole, uno dei miei modi di reagire è sempre stato ripercorrermi: osservare chi sono oggi, da dove sono partita e cosa sono capace di fare.

Pensiamo sempre che i giri di boa siano improvvisi ed invece sono il frutto di scelte, azioni, percorsi che abbiamo scelto.

Il 27 maggio 2007 ha cambiato la mia vita per sempre, oltre ogni immaginazione. Mi concedo un momento da guru ignorante per dire: punta all’impossibile e non indietreggiare mai, la vita sa essere sorprendente anche (soprattutto) in positivo.

Buona lettura, buona vita, buon tutto.

Era domenica. Ho un ricordo nitido di quel giorno ma chissà se è reale, si sa che i ricordi nel tempo tendono a modificarsi a nostro uso e consumo. Era domenica mattina ed ero in macchina con S.: l’auto era sua, era venuta da Savona per partecipare a quel giorno per me così importante. Mi ricordo che aspettavamo C. ma, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordarmi chi altro c’era in auto. Sicuramente D., o forse no.

Ero agitata, la notte prima avevo sognato che durante la consegna mi avrebbero interrogato e che non avrei passato l’esame. Sapevo che non funzionava così la cerimonia, era solo l’ansia, l’ansia per una scelta che non sapevo ancora quanto avrebbe cambiato la mia vita.

Ho incontrato il Buddismo nell’estate 2003, per caso, sul lavoro. Mi sono ritrovata a partecipare a qualche riunione, ma non mi capacitavo di come le persone potessero trovare beneficio dal pregare davanti ad una pergamena. Per di più una preghiera in cinese antico o una qualche lingua che non esiste più. Arrivata la pausa estiva smisi di andare. Non faceva per me, pensavo.

I ricordi fanno brutti scherzi: non ricordo più il come e il perché a fine 2016 mi venne voglia di riprendere quel discorso abbandonato. Qualcosa mi chiamava. Così mi ritrovai in un nuovo gruppo, con persone nuove. Ricordo la prima volta che vidi M., responsabile del gruppo e padrona della casa ospitante le riunioni: una signora distinta, gentile, quasi di un’altra epoca. E D., la responsabile giovane, piena di energia, con una storia difficile alle spalle che parlava di coraggio, fatica e vittoria. Due persone splendide.

Successe qualcosa, che non ricordo nel dettaglio, e mi allontanai di nuovo. Studiavo tanto: volevo arrivare razionalmente dove arrivi solo con la pancia, volevo capire con la mente cose che solo il cuore poteva toccare. A ripensarci così, a distanza di tempo ed esperienza, credo che fosse paura, paura di crederci e di prendere in mano la mia vita.

A fine 2016 ho conosciuto un ragazzo. Sono sempre stata sfortunata in amore, incapace tra l’altro di non diventare odiosa e appiccicosa. Ci siamo frequentati per un po’ finché, il giorno dopo Capodanno, è sparito. Nella mia vita sentimentale succedeva sempre così: la gente spariva.

Non rispondeva neanche più al telefono ed, ovviamente io mi ci sono attaccata chiamandolo non so quante volte al giorno. Un giorno, stremata ed arrabbiata, mi sono seduta per terra, in bagno e da dentro è arrivato quel mantra, quella preghiera. Non so spiegare razionalmente cosa sia successo, mi sentivo anche sporca ad utilizzarla così, ma stavo male, sentivo dentro un malessere immenso. Non dipendeva tutto da quel ragazzo, ma questo lo capisci solo dopo quanto ti rivedi dopo tanto tempo, da fuori.

All’epoca il mio ufficio era a piano strada. Ero chiusa in bagno a piangere e pregare, finché ad un certo punto mi sono detta se questa cosa funziona come dicono, ora io esco e lui è davanti a me. Se funziona come dicono, inizierò seriamente a praticare. Non mi importava tornare con lui, mi aveva trattato troppo male, ma volevo rispetto.

Sono rimasta in bagno molto poco, cinque dieci minuti. Sono sembrati un’eternità, come se praticando il tempo smettesse di scorrere. Dopo un po’ mi sono alzata, lavata la faccia e, uscita dal bagno, me lo sono ritrovata davanti. Il mio unico pensiero in quel momento è stato oh cavolo ora devo iniziare veramente a praticare. Non mi ricordo cosa ha detto, non l’ho neanche ascoltato: ero letteralmente scioccata dagli eventi.

A distanza di circa cinque mesi, ero in macchina verso il Centro Culturale di Genova, per ricevere il Gohonzon, la pergamena davanti a cui ə praticanti della Soka Gakkai pregano. Mi domandavo se non fosse troppo presto, se stavo correndo come il mio solito. Ma erano successe così tante cose in quei pochi mesi, che più ci pensavo e più mi dicevo che stavo facendo la cosa giusta.

M. non c’era più, un cancro se l’era portata via. D. si era trasferita di quartiere, vedersi con la stessa frequenza era impossibile.

Mi sentivo spersa e sola ed è così che ho compreso che solo una cosa non avrebbero mai potuto portarmi via, qualsiasi cosa sarebbe successa: la mia fede, la mia capacità di tornare a me stessa, di ripartire da dove ero, nonostante tutto, grazie a tutto.

Era una domenica mattina soleggiata e calda, sembrava estate. La mia consegna fu molto particolare, perché chi doveva officiarla ebbe un contrattempo e chi lo sostituì non era pronto. In pratica eravamo passati dalla giacca e cravatta alla maglietta e bermuda. Lì per lì ero quasi arrabbiata, ora ricordo tutto con grande affetto. È questo che fanno i ricordi, ti ingannano un po’, ma non sempre è un male. Chissà se quello che ricordo è andato tutto esattamente come è nella mia mente. In realtà non credo sia così importante. Più importante è l’emozione che sento nel cuore, a distanza di quasi 13 anni: sento che la scelta fatta è stata stupefacente, molto al di là di ogni previsione possibile. Difficile, sofferto, meraviglioso, felice, unico, non so descrivere realmente questo percorso così ricco, le parole non possono realmente bastare.

La cosa più sorprendente furono i miei genitori. Non capivano questa scelta, ancora ora nonostante il tempo che passa, sono combattuti. Sono sempre stati molto solitari e poco amanti del caos in casa. Per non disturbarli avevo cercato di limitare gli inviti per l’apertura.

L’apertura è una cerimonia che può essere intima o fastosa, a secondo di come si è e con chi si ha voglia di condividere il momento. In quella occasione avevo voglia di fare una grande festa ma non volevo disturbarli, così invitai cinque persone, spiegando a tutte il motivo di quella scelta. Le altre venticinque le invitò mia madre, inaspettatamente: amicə e parenti, la maggior parte non buddistə, un sacco di cibo, ma soprattutto lei, mia madre, divisa tra il sostenermi e il non capirmi. Ad un certo punto, quasi verso la fine del pomeriggio, di fronte a tutti ha esordito con Ma voi cosa ne pensate di Gesù? Ecco quel momento lo ricordo bene perché mi stavo strozzando con la torta di verdure che stavo mangiando.

Quasi tutte le persone presenti quel giorno non fanno più parte della mia vita, tranne la mia famiglia. Chi per un motivo o per l’altro si è allontanato. Ho sempre pensato che quel momento ci avrebbe unito profondamente, ma non è stato così e se ci penso un po’ il cuore fa male. Crescere è anche questo o, forse, soprattutto questo. Fa un po’ male lo stesso, anche se sai che fa parte del gioco.

La sera, rimasta finalmente da sola, avevo paura di aprire il butsudan (il mobile che contiene il Gohonzon). Ero intimorita e mi chiedevo continuamente avrò fatto bene? Ricordo ancora le parole di incoraggiamento durante la cerimonia: questa sera, dopo la festa, le risate, il cibo, quando sarete rimasti da soli, aprite il vostro Gohonzon, sedetevi e dialogate con lui. Così feci, per poco, troppe emozioni mi stavano attraversando, avevo bisogno di dormire. Non ci sono riuscita e non ho dormito per una settimana, avevo incubi, cosa molto strana per me che non sogno quasi mai o comunque non li ricordo.

Gli incubi riguardavano tutti il Gohonzon, quella scelta: una volta lo ritrovavo a pezzi, un’altra me lo bruciavano. L’incubo ancora oggi più nitido nella mia mente è quello in cui la pergamena cresceva senza fermarsi, uscendo dal mobile, invadendo la stanza. Sentivo che era tutto più grande di me, ma non l’ho capito da sola, è stata mia madre a illuminarmi dicendo Hai fatto una scelta importante ed ora hai paura, è normale. Lei che era contraria, aveva trovato il nodo. La cosa sorprendente è stato il modo in cui l’ha detto: con una dolcezza che non le appartiene, lei sempre dura e severa.

Avevo fatto una scelta importante. Non sapevo quanto, non avevo assolutamente idea di cosa avrebbe significato nella mia vita. Sentivo che era un qualcosa che andava al di là della mera volontà, quasi un richiamo, un’eco che mi attirava a sé. Da lì a poco, trovai una collaborazione continuativa che dopo circa un anno si trasformò in un’assunzione a tempo indeterminato. Dopo un paio di mesi feci un corso buddista a Firenze. A marzo 2008 ero a Milano per il 16 marzo europeo insieme a 5000 giovani, a Giugno 2008 mio fratello ebbe un’incidente quasi mortale da cui ne uscì vivo. In tutto questo per quasi i primi due anni da quel giorno, sono stata innamorata di una persona a cui non interessavo minimamente.

A ripercorrere la mia storia ora, anche se i ricordi possono mentirci, rivedo tantissime avventure, scelte, decisioni, che non avrei vissuto allo stesso modo se non fossi stata buddista.

Questa è la parte più difficile da raccontare, perché non si tratta di vivere le cose con il cuore o con la mente. È esattamente l’opposto, o come insegna il buddismo, è la terza via: si vive con la testa e con il cuore, in un tutt’uno unico, dove non sai dove finisce uno e arriva l’altro. È qualcosa di potente che va ben al di là di noi stessə, quella parte nascosta, ancora più profonda del nostro subconscio.

Dentro di noi c’è un mondo e senza esserne realmente consapevole, quella domenica ho deciso di aprire la porta per entrarci. I ricordi possono mentire, essere diversi, ricostruiti. Ci possiamo raccontare una storia nella testa finché non decidiamo che è realtà. Chissà cosa è successo veramente quel giorno. Quello che non possiamo raccontarci sono le emozioni che abbiamo provato, come ci siamo sentiti.

Da quel giorno ho riaperto il Gohonzon altre quattro volte, in occasione di ogni cambio di casa. Niente più feste, le prime volte pochi amici, fino alle ultime due da sola. Ogni volta è stato rinnovare quella scelta, decidere di riaprire la porta di quel mondo in perenne esplorazione.

Quando le persone ci avvertono, difficilmente le ascoltiamo. Se lo facciamo, spesso non capiamo. Non per cattiveria, più semplicemente perché non abbiamo gli strumenti. Questo è solo l’inizio ora lo dico io a chi decide di fare la stessa scelta, ma all’epoca non avevo minimamente compreso cosa intendessero dire. Ogni qualvolta ho srotolato la pergamena è stato ricominciare, da capo, forte dell’esperienza passata, ma su una strada sempre nuova.

Ho scritto questa storia perché sono un’egoista: avevo bisogno di rileggermi e di rinnamorarmi di me stessa e della mia vita. L’ho scritta perché sono fermamente convinta che non esista pratica più potente, nessun altro tipo di meditazione può avvicinarsi alla forza del Daimoku. Non l’ho scritta per convertire le persone, né per sentirmi migliore. Ultimamente la mia espressione preferita è sono una goccia nella galassia.

Qualche mese fa ho riaperto il Gohonzon per la quarta volta, dopo essere stata senza casa per un po’ e averlo tenuto arrotolato per qualche mese. Un’emozione fortissima, da sola. Ho sentito dopo tanto tempo di essere di nuovo padrona della mia vita. Ero arrabbiata, non capivo perché nonostante praticassi io mi fossi persa così. Fa parte del gioco mi sono risposta. Sono entrata in un mondo nuovo, capita di usare male la bussola e la cartina o, per dirla in termini più tecnologici, che il gps non prenda il satellite.

Non ha importanza quel che è stato, ha importanza quel che faccio da oggi in poi, non posso cambiare il mio passato, non posso illudermi di sapere esattamente cosa mi riserva il futuro. Sono passati quasi 13 anni da quel giorno: se mi osservo come in un film vedo una ragazzina che cominciava a vivere. Ora sono una donna che ha imparato che per vivere non si smette mai di camminare e di essere ragazzine.

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